Nanà e la notte di San Lorenzo


Quando il sole va a riposarsi dalle fatiche del giorno, il cielo si tinge di blu. E più le ore passano, andando a spasso sulle lancette degli orologi di tutti i papà, di tutte le mamme, di tutti gli zii e le zie, di tutti i nonni e di tutte le nonne…insomma più il tempo passa e più il cielo diventa blu, di quel blu notte che, se non ci fossero le stelle a illuminarlo, farebbe quasi paura.

Anche quel giorno, al tramonto del sole, la piccola stella “Nanà” si svegliò entusiasta, perché si sa che se c’è qualcuno che non vorrebbe mai dormire, sono proprio le stelle che amano star sveglie, a guardare da lassù cosa succede quaggiù.

Nanà si stiracchiò la punta spuntata, si cullò tra le nuvole ancora un po’… ma sentiva un grande trambusto intorno! Ma chi poteva essere a far tutto quel chiasso?

“Stellineeee… sbrigatevi su su, è la notte di San Lorenzo!” la stella più grande tentava di farsi più bella del solito, ancora più splendente.

“La notte di San Lorenzo?Che ha di tanto speciale?” chiese la piccola stella

“Oh, piccolina, devi sapere che in questa notte accadono cose strabilianti!” disse la stella nonna.
Le stelle più anziane stavano preparandosi alla grande festa sapendo bene che, scoccata l’ora, nel momento in cui il cielo sarebbe diventato denso e impenetrabile, mille guizzi come fuochi d’artificio avrebbero percorso il cielo in lungo e in largo.

“Guarda! Inizia lo spettacolo e tanti bambini laggiù, sulla terra, stanno a naso in su” disse stella Eta

Nanà si guardava intorno e non capiva il perché di tutto quell’entusiasmo, vedeva le stelle cadenti lanciarsi nella notte senza paracadute e perdersi nel nulla.

“Nonna ma che hanno? Non sanno più stare ferme al loro posto? Hanno perso l’equilibrio o qualcuno le sta spingendo giù?Ma perché lo fanno?”

“Ma no, che dici!!” rispose una stella vicina, piccina piccina come lei.

“Brr, che paura! Non mi diverte affatto e…” si guardò la punta menomata, insomma quella spuntata fin dalla sua nascita.

“Di cosa hai paura?” disse la nonna “sorridi bimba che è una notte di festa!”

“Se loro precipitano con questa facilità e sono grandi… e forti…che ne sarà di me che mi reggo in cielo per miracolo con questa punta spuntata?”chiese tremante Nanà

“Oh,oh sciocchina… non sono stelle quelle ma ti svelerò domani notte cosa sono, ora devi andare a dormire… il sole è già sveglio e gli uccellini stan suonando il carosello mattutino! Su a nanna, piccola mia” la sistemò su una nuvoletta e lì si addormentò.

Ma che incubi quella notte! Sognò di cadere nel vuoto senza arrivare mai a terra e nel sonno urlava “Aiuto, aiuto! fermatemi vi prego!”

Si svegliò di soprassalto, spaventata a tal punto che persino la sua luce tremava più forte.

“Che hai tesoro mio?”chiese la mamma.

“Stavo cadendo giù giù giù e poi mi son fermata in un punto lontano lontano … e mi sono trovata sola”

“Devi aver fatto solo un brutto sogno, torna a dormire… sveglierai tutte le altre”disse una stella vicina

“Non so quale delle due cose fosse la peggiore ed ho paura di riaddormentarmi. Se chiudo gli occhi e cado… come quelle stelle nella notte di San Lorenzo?”

“Piccola stella mia” intervenne la nonna sorridendo “non può accaderti nulla… i fuochi d’artificio non li fanno le stelle, ma le meteoriti”

“Giurami che sono una stella, nonna!”

“Oh sì , sei una stella piccola è vero e con un’ala spuntata, ma sei una stella vera…” tutte le stelle intorno risposero in coro “… che ogni notte illuminerà il cielo!”

 

un racconto stellare (prima parte) di Paola Tinchitella
scritto in occasione di Aspettando… e le stelle stanno a guardare (Collina della Pace)


Nanà e il Sole.


C’è un giorno dell’anno in cui il Sole va presto a nanna e sulla Terra tutti sanno che il 13 dicembre, in cui si festeggia Santa Lucia, fa presto buio.
La stellina Nanà aveva deciso di alzarsi un po’ prima del tramonto del Sole, era curiosa di vederlo da vicino e si nascose dietro una nuvoletta rosa per sbirciarlo… ma piccoli pezzetti delle sue punte sbucavano dalla piccola nuvola e la tradirono, tranne la punta spuntata che era perfettamente nascosta.
Il sole si accorse di essere controllato e si eclissò per un po’ aspettando che la notte lo nascondesse.

“Ecco, però, anche questa volta non ho potuto vedere com’è in tutto il suo splendore!” piagnucolò Nanà capricciosa.

Nonna Eta, la rimproverò con un sorriso:
“Nanà difficilmente riuscirai a vederlo, nessuna di noi è mai riuscita in quest’impresa! Lui lavora di giorno e noi di notte, ma non siamo così diversi… abbiamo solo turni diversi!”

“Nonna, io non ci credo che il Sole ci somigli” replicò la piccola stella, puntando i piedi contro il buio, che per le stelle sono le punte meridionali.
“Può sembrarti strano ma è così!” rispose la mamma Carina.
“Non può essere – si impuntò Nanà – mi hanno raccontato le altre stelline che il Sole brilla così forte da illuminare tutto il Mondo da solo… noi anche quando siamo tutte qui, riunite insieme per il turno di notte, non riusciamo a illuminare a giorno il Cielo, soprattutto quando la Luna va in vacanza. Come dite voi? Luna calante?”

“Le cose non sono mai come sembrano”

“E allora come sono?”

“Ti svelo un segreto: il Sole è una stella, una meravigliosa stella! Proprio come te, mia tenera Nanà… solo la vicinanza alla Terra fa sì che la riscaldi e la illumini più di te”
“Una stella come me?” spalancò gli occhietti meravigliata “avete sentito? Amichette mie, avete sentito? Io non so come fare a guardarmi ma nonna dice che il Sole è come me! Io sono bella come il Sole!”

“Vanitosetta” ridacchiò nonna Eta “non solo tu sei bella come il sole ma anche le tue piccole amiche, la tua mamma, il tuo papà e io stessa sono bella come il Sole”

E tutte le stelline cominciarono a guardarsi l’un l’altra soddisfatte e un chiacchiericcio di stelle nane riempì la notte.
L’unica che rimase in silenzio per un po’ scrutando, ad una ad una, le sorelle e le amiche era Nanà che disse delusa:
“Anche tu nonna? ma sei anziana!”

“Ohy, bimba non essere maleducata, ora!” la rimproverò il papà che fino ad allora aveva taciuto, godendosi la conversazione.
“Ma papàààààà…”
“La nonna ti ha detto la verità ed è vero che il Sole riscalda e illumina la Terra ma è… proprio come noi, nella sostanza. E c’è anche un’altra cosa che devi sapere… tutti i bambini e tutti i grandi guardano alle stelle, esprimono desideri e s’incantano davanti al manto celeste, alle galassie e alle costellazioni. Qualche volta i bambini le sognano e nel sogno diventano polvere di fate, risate a crepapelle. Il Sole invece non lo possono guardare per ore ed ore come fanno con noi, i loro occhi si farebbero male!”
“Ecco questo mi piace… che tutti i bimbi ci possano guardare” sorrise Nanà.

 

Racconti stellari (seconda parte) di Paola Tinchitella tdr
scritto in occasione di Aspettando… e le stelle stanno a guardare (letture animate a Collina della Pace)

 

 


Lezione notturna


Quel dolore trafittivo al costato era quanto di più vivo riuscissi a percepire nello stesso istante in cui credetti di morire. La corsa al pronto soccorso fu concitata, approdando in un ospedale di periferia. “Tanto se devi morire… meglio accada vicino casa. Meno trambusto per tutti.” commentò la rassegnazione.
L’idea diffusa di una malasanità connivente si faceva sentire con la stessa intensità di quel dolore al torace mescolandosi alla sensazione di soffocamento che, da almeno un’ora, mi assediava il collo.

Lastre, elettrocardiogramma, prelievo in un tempo accelerato dal rischio d’infarto. Stazionare in un luogo di fortuna con una flebo mandata veloce dall’infermiere di turno per risparmiarmi la lunga permanenza tra le urla e gli umori di tanti altri.  Il primo vero soccorso alla mia meschinità fu riportarmi in sala d’attesa.

“Dovremo trattenerla tutta la notte per tenere sotto controllo la situazione. Mi dispiace, non può tornare a casa.” Il medico era davvero dispiaciuto perché sapeva bene in che razza di situazione mi sarei ritrovata a trascorrere quella notte. Per lui era la normalità ma sembrò interpretare i pensieri che alloggiavano dietro le quinte.
La lettiga non era comoda e la sua collocazione tra tante altre in quel corridoio relegava al fallimento il detto popolare “mal comune mezzo gaudio”. Sembravano vagoni carichi di pesanti fardelli, di diversi dolori, di ingiustizie sociali, di incancrenite abitudini, di eterne disperazioni.
Non riuscivo a vedere il vagone che mi precedeva né quello che seguiva il mio. Ne sentivo soltanto il lamento, l’urlo e soprattutto ne respiravo l’odore stagnante.
In quel frangente mi chiesi chi fossi io… dove fosse finita la mia ordinaria umanità e il pluralismo. Al dolore che mi tormentava da ore si aggiunse l’ammissione di una sconfitta del pensiero incapace di diventare azione. Non mi dicevo forse tutti i giorni che bisogna avere comprensione e tolleranza verso l’altro chiunque egli sia, non mi ero detta mille volte che la civiltà parte dall’accettazione dell’altro? Mentre mi costringevo all’apnea per arginare il danno alle narici e allo stomaco in subbuglio, continuavo a vergognarmi della mia intolleranza olfattiva.  Mi vennero in soccorso gli operatori sanitari, giovani donne e giovani uomini, che si avvicendavano nel corridoio tornati da una lunga assenza inseguendo, con i medici di turno, la vita in codice rosso di tre persone. Erano allegri e con la battuta pronta affrontavano le ore piccole cercando di essere convincenti con chi dopo la sbornia voleva andarsene, con chi dimenticando il motivo del ricovero si lamentava dell’abbandono nel corridoio, con chi voleva assolutamente che gli venisse subito restituito il giaccone che gli era stato sottratto (dal figlio che lo aveva riportato a casa), con chi richiamava in ogni istante la loro attenzione terrorizzato dall’andamento del flusso della flebo o del catetere. Mi chiesi quale baratro ci fosse tra me e quei ragazzi.
Erano forse stati colpiti da un raffreddore violento e contagioso che aveva messo fuori uso le loro narici? Sentivo le zaffate maleodoranti di quella barbona ogni volta che si girava tra i tormenti del corpo coperto di stracci, nonostante tra me e lei ci fossero almeno altre cinque barelle con altrettanti pazienti. E mentre provavo molta più pena per me – affetta dalla sindrome della principessa sul pisello- che per lei senza reggia e senza regole,  in penombra figure maschili e femminili correvano in suo aiuto per farla girare o per accompagnarla al bagno. Mi autoconvinsi che non avrei avuto bisogno di utilizzare i servizi fino a data da destinarsi. La mia vescica, per fortuna, si  arrese al mio dictat sventolando bandiera bianca fino alle cinque del mattino successivo.

L’anziano alle mie spalle già dalla mezzanotte cominciò a lamentarsi. Non riuscivo a distinguere bene altro che i suoi piedi allineati con la mia testa. Eravamo convogli di un trenino di dolore misto a sgomento, chi più chi meno. Pensai che il suo male dovesse essere davvero insopportabile da fargli ciancicare tutte quelle parole a mezza bocca, pregai che qualcuno intervenisse per aiutarlo e nel frattempo soffocai ogni mio lamento per non coprire il suo. Le mie richieste si materializzarono prendendo vita da una porta socchiusa.
“Che hai nonnino? Senti dolore alla gamba? Hai freddo?” si preoccupò l’infermiera
“Fa freddo dammi la giacca… sta lì”
“Dove lì? Ma tu non avevi una giacca, nonno, quando ti abbiamo portato qui!”  cercò con attenzione alla fine della lettiga quale conferma alla verità appena pronunciata
“Me l’hanno portata via, sono venuto con la giacca” le parole uscivano impastate e poco comprensibili, ne sono certa solo perché l’infermiera le ripeteva in una traduzione simultanea.
“L’avranno portata a casa i tuoi famigliari”
“Non c’era nessuno con me, ho preso l’ambulanza” biascicò sempre più arrabbiato
“Su su adesso fai la nanna e stai tranquillo. Ti dico che la giacca qui non c’è!”
Si allontanò verso la barbona che, nel frattempo, stava tentando di scendere dal lettino con grande difficoltà vista la mole esasperata dagli strati di panni indossati. La aiutò a scendere e l’accompagnò verso il bagno e scomparì in un corridoio. Restò l’olezzo nauseante nell’aria che diventò presenza molesta quando la donna dalla toilette ritornò verso il suo vagoncino in fondo al corridoio. Sapevo bene che non avrei dormito nemmeno un’ora, il mio naso era un indicatore eccezionale di questa negazione. Mi girai su un fianco con un sospiro ed un lamento.
Non l’avessi mai fatto, l’anziano coinquilino riprese la sua ricerca della giacca e dai lamenti passò alle urla. Ci fracassò le orecchie per una decina di minuti, ma  a qualcun altro stava fracassando evidentemente altre parti del corpo e occorreva intervenire prima della frattura totale.
“Che hai nonno? Senti dolore?” il grado di parentela restò invariato nonostante a  pronunciarlo fosse un altro soggetto.
“Fa freddo!”
“Ti prendo un’altra coperta”.
Rimasi colpita da quest’affermazione io ero con il solo lenzuolo addosso e mi stavo riscaldando con il cappotto pensando che le coperte fossero finite. Tacqui.
“No voglio la giacca, me l’hanno rubata!”
“E chi te l’ha rubata?” rise “tuo figlio? la badante? L’hanno portato a casa il giaccone tanto qui non ti serviva. Devi stare buono e fermo, hai il femore rotto e se ti agiti senti dolore” un imperativo dal retrogusto tenero che non ottenne risultati.
“La giaccaaaa” cominciò ad urlare “adesso chiamo… poliziaaaa! carabinieriiiiii! signoraaaa!” quest’ultima chiamata stordì il silenzio assennato in cui mi ero rifugiata per resistere alle mie fitte dolorose. Signora? Risi di cuore e il dolore aumentò. Faccia al muro vedevo ombre avvicendarsi sulla parete e così stava trascorrendo la notte
“Adesso devi fare il bravo che svegli tutti” disse l’ombra femmina.
“Ma guarda questo… ce l’hai addosso un giacchetto… cerchi il giacchetto e ce l’hai addosso? Ma nonnoooo… me stai a pià pe’…” disse l’ombra maschio ridacchiando.
L’ombra novantenne sfregò le mani su tutta la lunghezza delle braccia per testimoniare il ritrovamento. Sollevandosi dalla barella si scusava sottovoce e mi sembrò di vedere quell’ombra magra sul muro tagliata in due da un sorriso.
Aiutato dall’infermiera si sdraiò e di lì a poco il suo respiro incontrò la quiete del sonno.
Finalmente si poteva tentare di prendere sonno, nonostante il mio olfatto delicato, nonostante il mio dolore al costato, nonostante il catetere del paziente che secondo lui non si riempiva, nonostante la flebo della signora che a suo modesto avviso non scendeva a ritmi regolari, nonostante la barbona che ogni tanto cercava di scendere dalla barella per tornare a casa sua a Piazza San Pietro… nonostante tutto…
“Poliziaaaaaaaaa! Carabinieeeeeeri! Dottoreeeee! Mammmaaaaaaaaa!Maaaaammmma! Guardate che mi fanno… dove mi hanno messo. Delinquenti!”
Mamma? Se era improbabile che rispondessero gli altri chiamati a raccolta… l’ultima mi sembrava impraticabile, a meno che il novantenne non fosse medium.
I “delinquenti”, sicuramente precari, arrivarono e non erano armati se non di tanta pazienza.
“Perché continui ad urlare? Ti fa male la gamba? Non la devi muovere!” disse il primo delinquente
“Nooo, io devo scendere, devo andare in camera… non posso stare qui in mezzo a una strada. Mi hanno portato qui e non mi riportano in camera mia!”
“Ah vuoi andare in camera?” disse il secondo delinquente
“Sì… c’è il comodino, il letto…”
Peccato che dovesse restare lì come tutti noi sotto osservazione
“E allora ti ci porto! Andiamo subito…”
Prese la lettiga e cominciò a percorrere il corridoio in lungo e in largo, facendo avanti e indietro più di una volta. Poi si fermò in una zona del corridoio ben illuminata. Gli sistemò le coperte e…
“Ecco, siamo arrivati… va meglio adesso?”
“Eh sì, certo… mi avevano messo in quel corridoio…”
Dopo cinque minuti, Giovanni ronfava e finalmente si poteva dormire…
“Va tutto bene? Ha dolori?”
Muta, oscillando la mano indicai quel “così, così” per non svegliare nuovamente il paziente più impaziente del pronto soccorso.
Lo vidi allontanarsi attraverso le fessure degli occhi che si chiudevano come saracinesche poco oliate.

“Devo farle il prelievo per il controllo degli enzimi” mi sussurrò una voce calma. Doveva essere uno di quei delinquenti chiamati a squarciagola dal vecchietto.
Allungai il braccio. Alle 5,20 mi venne a trovare il medico rivelandomi che il pericolo era scampato, si trattava di un dolore osteomuscolare.
Avrei quindi potuto risparmiarmi quella nottata? Tuttavia… credo che sia stata una bella lezione di vita e soprattutto di buona sanità. Ringrazio chi si è preso cura di me e soprattutto di tutti gli altri, noncurante della puzza, delle urla, delle paturnie di questo o quello… ringrazio il Pronto Soccorso del Vannini a Torpignattara.

Paola Tinchitella – tdr

 


3-0


Rigurgitando il futuro

ricacci dentro il passato

In un presente nauseabondo

si cambiano le rotte

si gettano i cocci

si cancellano impronte
La violenza del rapido cambiamento

nel sogno di un tradimento

E poi

quel progetto incontrollato

arma la mano di reale

Tabula rasa il cuore

rade al suolo il pudore di un rimorso

Il tuo alibi folle tra le sbarre

non si china a raccogliere

né il sangue

né l’ombra dell’innocenza trucidata

La terra che ci accoglie

si contorce

nella sommaria esecuzione

della somma

dei nostri pochi anni.

Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati

16 giugno 2014

“Quel pensiero è arrivato di soppiatto assieme al tam tam di guerra della cronaca nera… le righe accatastate tra i versi sono già lacrime di uno sgomento che non vuole rassegnarsi alla violenza” Think’n’Tell


Tre panchine a Villa Borghese – primo sguardo


(dalla raccolta CRONACHE DELL’ALTRO MONDO)

Paolo trangugia il fine serata in cucina. Lo sguardo annegato in una birra, l’unica birra che beve da tempo immemorabile.

E’ la stessa birra che accompagnava le sue serate con Daria, eppure le sue papille non recepiscono quello stesso sapore e né i suoi pensieri di oggi riescono ad evaporare. La testa resta ancorata, saldamente, alla bottiglia scura e niente ha più la soffice ebbrezza di quelle notti con lei.

Lo sguardo vaga, rastrellando ogni mollica di pane sul tavolo, misurando ogni piastrella, ripulendo ogni macchia d’unto sui fornelli e poi, scavalcando la porta del tinello, si inchioda su un punto del muro antistante.

Sembra che quel muro stia soffrendo tanto e vibra vittima del pianto di un bambino.  Un’enorme crepa si apre sotto il martellare di quelle urla forti ed incessanti… una crepa sul muro e nella coscienza.  Il cuore accelera i battiti e batte in testa un’idea di fuga, e i mille perché senza risposta pungolano la materia grigia.

Si risveglia una consapevolezza, quella  di non essere l’anticonformista che voleva, di essersi calato in una parte di cui non conosce copione e che giorno dopo giorno deve recitare a braccio. Come può un attore, anche il più bravo o il più esperto, calcare il palcoscenico senza conoscere la parte?

Un ruolo ambiguo si è scelto in questo teatrino che è la vita, ma i costumi di scena vanno stretti a chi non ha mai accettato regole e dettami.

Come può uno spirito libero calarsi nella parte di un borghese piccolo piccolo, senza annegare nell’insofferenza al retaggio del convenzionale, del già deciso?

Questo è un sequestro di persona” trasale.

La birra ha portato solo a termine una delle sue missioni e Paolo assecondando i postumi si alza, dirigendosi verso il bagno.

Il pianto del neonato, ora, si fa più lancinante e sembra premere sulla vescica dolente.

Si ricorda, in un istante di lucidità, che quel fagotto urlante è suo figlio, figlio del suo seme e, attraversando il corridoio, si gira verso l’ombra che, nel buio gremito di assordante pianto, allatta.

E’ un presepe vivente immobile nel bel mezzo della stanza… eppure lui non si sente San Giuseppe e nè riesce a cogliere la tridimensionalità di quell’evento. Si limita a guardare come se vedesse un poster, privo della sensazione di appartenere a quel tuttuno e se un brivido di amore verso il cucciolo lo attraversa, lo ricaccia indietro sospettando che un tale pensiero possa diventare un legaccio che lo blocca di più a quella “lei”, appollaiata su una minuscola seggiola, ingrassata e stanca, i capelli riordinati alla rinfusa e fermati sulla nuca.

Sosta obbligata davanti al water e poi torna alla birra e ai ricordi frizzanti abbandonati in cucina.

Quante cose lasciate andare… strada facendo! Ma quale sarebbe stata quella giusta?”

Forse la birra bevuta a casa di Daria? Era la sua birra preferita, della stessa marca di quella che sta ingoiando ora come fosse una medicina scaduta. Era la sua birra doc… solo perché era lei a porgergliela; aveva un altro sapore… il sapore del corpo di Daria e della passione con cui condiva ogni gesto.

Ma in fondo, Daria, non era un corpo di donna come tanti? magari ben fatto, ma pur sempre una donna, una donna come tante, su cui soffermi lo sguardo camminando per la strada…

Aveva un odore quel corpo, che non aveva mai sentito prima, aveva il suo profumo d’autore che inebetiva l’olfatto. Aveva uno sguardo quel viso che non aveva mai incontrato prima. Aveva lo sguardo magnetico di una strega che strangolava il desiderio di distogliere il proprio sguardo. Aveva un sorriso quella bocca, che sembrava illuminare anche il tuo stesso sorriso. Aveva il sorriso di chi si porta un riflesso del sole d’agosto sempre a portata di mano, occultato nella borsa da mare.

Paolo sente che tutto questo è rimasto irrimediabilmente attaccato alla sua pelle. In un attimo il desiderio di una sensualità sepolta torna a galla, come sospinta da una forza malefica.

Ma quale sortilegio sta dannando l’anima?

Il libero arbitrio: con Daria era stato libero di andare e di tornare, mai in catene. Libero di far capricci da bambino e di improvvisarsi uomo navigato.

Libero di amarla e poi di odiarla. Libero di starle vicino e di tenerla a distanza. Libero di annegarla con le parole e di avvilupparla nei suoi silenzi.

Libero di rotolarsi con lei su un prato di fresche risate e di annaffiarla di lacrime di straordinarie prese di coscienza.

“Questa birra fa schifo… è troppo amara!” la guarda come guarderebbe al suo ultimo desiderio un condannato a morte.

‘Basta, basta… basta!’

Si accende una sigaretta, ma non è sufficiente per sentirsi libero in questa notte. Lancia uno sguardo al poster di un presepe mai realizzato e un attimo dopo è per strada. Fruga la notte, a cercare un indirizzo diverso tra crocicchi di convincimenti. Si ritrova in un frammento di tempo seduto sulla panchina del grande parco.

“Perché ho sequestrato alla Vita la mia stessa vita?”

selezione di racconti tra reale, surreale e iperreale

altri racconti tra reale, surreale e iperreale su cartaceo


Harmony’s Sound


Viandanti raminghe, da vita a vita, le notti con i giorni alle costole pronte a fuggire.
Viaggi intentati su percorsi recisi dalla stanchezza… come potevamo incontrarci?
Brucavamo in territori di sgomento, soggiogati da fardelli di fame e sete, così lontana e smarrita la conoscenza, così vicini disgusto e congestione da bevande insapori troppo ghiacciate… come potevamo riconoscere il gusto della meraviglia?
Metastasi di giorni senza meta, lasciati a metà tutti i gesti incompiuti. L’urlo che infilzava le sfide per circuire pasti incommestibili con furore di stemmi personali d’ossessioni malspese… come potevamo saziarci del meglio che arrancava?
Flemmatiche flebo di presunzioni, supposte di amori presupposti, nel disamore dell’essere acciuffavamo per la coda l’attimo in fuga di cui vergognarci.
Scricchiolar di vuoto tra le dita in premonizioni di assenze come monili di bigiotteria scadente, munizioni di incomprensibili attaccamenti alla noia e al niente esponevano la pelle ai raggi di soli falsificati…come potevamo cibarci dell’esperienza del buio?

Un solo respiro, indistruttibile alle vite passate, presenti, future… un solo alito inaccessibile alle vite degli altri, sospiro d’universo ritrovato in dimore di sincronicità con porte e finestre spalancate e le fauci in attesa di spremute dai seni della via lattea.
Si condensano i brividi su capezzoli carezzati dalle stelle. Ha un sapore insolito lo stupore… è collisione.
Eyeliner magico di misteri incomprensibili a truccare il silenzio, già travasa lo sguardo dalle ciglia.
Dischiudere falangi su presenti circoscritti, tra pelle e mente, a sconfiggere falangi agguerrite di crude memorie, armate di coltellate alle spalle, sul viso, sull’io.
Ritrovare polpastrelli d’armonia a massaggiare le tempeste infiltrate, da ieri a oggi, mentre amore incondizionato dischiude corolle di “belle di notte”, fiori insonni che s’aprono ai sogni della luna.
Ha un rumore inafferrabile il buio… è fusione.

Paola Tinchitella @ tutti i diritti riservati


Estatica


Mai potranno i miei soli occhi
contenere l’infinito Tuo Sguardo
né le mie sole orecchie
raccogliere
da sole
tutte le Tue Parole

Come possono le sole mie narici
inspirare tutto il Tuo Profumo
e le mie sole labbra
saggiare
tutto il Tuo Sapore e il Sapere?

Immobile resa allo stupore…
ché solo Tu
puoi farmi spugna pregna
del Tuo Volere

Trascendenza nel quotidiano
che arretra
davanti all’Eternità della Bellezza

Paola Tinchitella – tdrMedjugorie


Tregua


I nostri passi
non hanno ancora capito dove andare
divorano affamati le distanze
cigolano vertigini di moto a luogo

Stop
sto per afferrare,
affermare
l’istante

Un vento gelido solletica le foglie
e ad ogni soffio
le risatine invadenti dell’edera
mentre una strana pace fa suo il mio respiro.

Paola Tinchitella – tdr

 


Briciole


Inquietudini periferiche
passeggiano tra l’asfalto
inciampano le sementi
di petali sparsi a terra
briciole di pane rosa

Tra il disordine delle stagioni irriverenti
Proserpina indaga la strada
“rimpatriare nel cielo denso
condensare la liquidità dei giorni”

 

Paola Tinchitella – tdr


Se tremo…


Ho così tanti ricordi da restituire
da mancarmi il tempo di dimenticare,

così tanti sogni ammassati da sistemare
da mancarmi lo spazio per camminare,

così tante cose da ricordare
che il futuro potrebbe farsi male…

Bruciano le mie ingratitudini
le scagiono nel brivido infinito,
nell’alacrità del silenzio
che racconta Te.

Paola Tinchitella – tdr