Apnea – Recensione a cura di Silvio Cinque

Il gioco sembrerebbe semplice e perciò è meno evidente. Un libro può piacere o non piacere non solo per quello che ci dice, ma per quello che ci fa. Del carattere liberatorio, catartico e curativo della scrittura; del suo sottintendere sempre aspetti personali ed autobiografici, tutto ciò non ha nulla a che fare con le considerazioni iniziali: un libro è una persona con una vita, una storia ed uno spessore che nel loro significato ci impressionano, emozionano e colpiscono al di là della persona che lo ha scritto ed il giudizio deve riuscire a limitarsi a questo. Tutto questo però diventa maggiormente difficile se si conosce la persona che lo ha scritto. Tuttavia è assolutamente corretto sottrarsi a considerazioni che rischiano di avere solo un carattere personalista.

In entrambe le presentazioni del libro Apnea di Paola Tinchitella gli esperti invitati hanno professionalmente e correttamente attuato questo principio.

Oliviero ..La Stella.. alla Libreria Rinascita di Piazza Agosta due giorni dopo il mio compleanno; Paola Gaglianone al CaffeLetterario il giorno dopo il compleanno di Silvia Ronchetti. Due ambienti e due situazioni diverse per significati e funzioni, una libreria storica ed un caffè-letterario con biblioteca, nelle quali una elegante ed emozionata Paola non si è sottratta alle domande ed alla conversazione. Senza togliere nulla alla presentazione del famoso editorialista e critico letterario de il Messaggero Oliviero ..La Stella.. che con capacità e perizia tecnica ha toccato tutte le corde più significative dell’opera, la presentazione di Paola Gaglianone, editor di case editrice e curatrice di programmi rai, mi è piaciuta di più: l’ho trovata più delicata, più intimista senza sconfinare con questo nell’indiscreto. Una conversazione da donna a donna con quell’affetto e simpatia che Paola G ha tributato non solo a Paola T ma anche all’ambiente delle Biblioteche di Roma da sempre amato e curato. Ma alla fine ho capito che il piacere delle domande e della conversazione curate dalla Gaglianone mi derivavano dal fatto che, a differenza dell’incontro di novembre, avevo letto il libro. Anche le letture della bravissima Patrizia Biuso mi sono sembrate più appropriate laddove la prima volta mi erano apparse un pochino enfatizzate. A fare da sfondo non solo gli arrangiamenti e le improvvisazioni pianistiche di Dario Pierini, ma anche il quadro di Loretta Pagliacci che ha ispirato il titolo del romanzo. Il quadro presenta le stesse controverse interpretazioni del libro: nel generale equilibrio di forme e colori, in quella delicata liquidità contenuta a fatica dalla cornice, una donna emerge o si immerge in una elegante  movenza attraversando la luce ed il buio. Viceversa si può immaginare la risalita dal buio alla luce, la leggerezza danzante del corpo che si favorisce alla liquidità colorata dell‘acqua per riappropriarsi dell’aria e di un esterno che certamente l’attende al di là della cornice.

Questo libro ha due voci e tanti paesaggi. Una voce è prosa, l’altra è poesia.

La prosa rappresenta il sentire ed il vivere intenso e continuo di una protagonista che affida al quotidiano tutto se stessa in attesa di risalire a respirare l’elemento essenziale del proprio esistere: l’aria.

La poesia rappresenta una protagonista che affida la sua creatività di scrittrice ad una casa editrice.

In una si delinea la lotta interiore in contrasto continuo tra sé e l’esterno. Nell’altra emerge una donna che si mette in gioco ed in relazione ed affronta la realtà fuori di sé.

Tra queste due protagoniste in continua tensione per ritrovarsi, l’elemento fondamentale che fa da paesaggio è l’aria. Aria espulsa con forza o aria trattenuta con ostinazione.

L’apnea non è un atto naturale e fisiologico. Perché l’apnea abbia un senso occorre una consapevolezza che pur non essendo naturale appartiene alla complessità umana: il libero arbitrio che agisca l’istinto del respirare e gli dia un senso. L’apnea spinge fino all’estremo della ricerca, del ricordo, della riscoperta di quel dolore inconcluso e rimosso che implacabile attende di essere risolto, pena la sua continua implacabile presenza.

Così le pagine del romanzo di Paola si sviluppano tra queste due dimensioni in cui la protagonista si esprime.

Nella poesia l’apnea non c’è, ma il progetto che fa di Isabel una scrittrice e la impegna con la casa editrice vola alto nell’aria attraverso squarci poetici intensi e drammatici.

Nella prosa l’apnea segue tutti gli stadi che portano all’apnea completa oltre la quale o si risale o si muore. Tuttavia nel mondo apneico in cui sono espresse con intensità e ritmo le vicissitudini della protagonista i paesaggi che circondano la sua figura sono quanto mai diversi tra loro. Una spiaggia, quella della spagnola S.Lucar, non molto lontana da Siviglia, che appronta i suoi scenari e le sue stagioni: il mare d’inverno, il tiepido brivido della primavera sulla pelle delle dune, il sole chiassoso e bollente dell’estate; le notti interminabili e silenziose che nutrono le ansie e la disperazione della sua irrequietezza.

Ma Isabel non è una donna preda del dolore, bensì vittima di una dolorosa confusione. Il dolore, quello vero, appartiene al mondo delle relazioni tra pari, (non donne che corrono con i lupi, ma donne che corrono tra loro e tra loro si riconoscono e si condividono, anche momenti di “lupità”). Questo dolore la protagonista non lo conosce perché non ha relazione di condivisione. Sembra un paradosso se consideriamo che il romanzo è la descrizione precisa ed incessante del dolore scaturito della perdita dell’amore, dalla sconfitta della passione, dal rifiuto e dall’abbandono sentimentale. Isabel ha poche amiche che al riparo della loro normalità cercano, in una chiassosa serata di ballo, di lenire l’ossessiva sofferenza della loro amica. Isabel ha un cane al quale dedica le cure attente e gestionali che il rapporto quotidiano le impone, ma che scompare di fronte alla necessità di un nuovo incontro. Insomma Isabel non ha nessuno se non sé stessa e soffre perché ancora non ha ben identificato questo soffrire, lontana perciò dalla sofferenza della consapevolezza. Il suono che fa da sfondo a queste immersioni estreme è quello prodotto dagli ambienti della sua solitudine: il ritmo del mare nel suo incessante inarcarsi, il sibilo rabbioso del vento, la pioggia fredda e pungente che mitraglia la sua chiusa e ripetitiva ossessione. Tuttavia Isabel percepisce la realtà degli altri e la partecipa conseguentemente al proprio sentire. In questo sentire è il proprio ego a trasformare e fagocitare la realtà ed è un ego acquatico ed immerso che non può che uscirne, riemergere sconfitto perché la realtà è oltre la propria percezione. Quando la passione la porta a condividere questo tormento totalizzante per “il senza nome”, l’uomo, finalmente, cercato, trovato e travolto si sottrae lasciandola nuovamente, desolatamente sola. Una sconfitta però sempre meno schiacciante che cede pian piano a piccoli progressi di consapevolezza. Così nella poesia questa percezione si innalza e pur non descrivendo che sé stessa ne libera di dignità e sensibilità le potenziali guarigioni.

Ma la strada è lunga, si snoda per capitoli e capitoli alternandosi tra gli estremi tra le vette del sublime e le profondità della disperazione. Una disperazione che non è dolore ma solo grande, malefica ripetitiva confusione. E solo nella liberazione dal proprio io fragile e carnale che Isabel potrebbe cominciare veramente a soffrire non come lupo, ma come donna. Tutto questo però descritto con grande lucidità, sensibilità ed intelligenza da Paola che riesce a mettere insieme con felice capacità le due metà di uno stesso particolarissimo iter.

Comunque sia il libro mi ha commosso, spaventato, mortificato, sorpreso e imbarazzato. Insomma mi è piaciuto. E in tutto questo Paola Tinchitella non c’entra nulla

Silvio Cinque
Resp. Centro Culturale Borghesiana


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