
Ambizione del burattino - Corpo di Ballo del Maestro Davide Ferrara - foto di Liliana Russo
C’era una volta un legnoso fantoccio, appassionato collezionista di figurine, talmente desideroso di riempire tutti gli album delle sue infinite collezioni, da arrivare a rubarle al prossimo anziché limitarsi ad un costruttivo scambio.
Ma la sua sete di possesso presto si trasformò in qualcosa di molto più complesso, ambiva dar vita alle sue immaginette, dar loro un nome d’arte, una voce rispettabile, una professione decorosa, un’identità credibile… insomma desiderava sostituire Geppetto e la Fata Turchina, al tempo stesso, per poter umanizzare le sue figurine e muoverne i fili indiscriminatamente.
Arrivò così il giorno in cui da burattino si improvvisò burattinaio e cominciò a cercare nel mondo i palcoscenici in cui svolgere le rappresentazioni del suo teatrino surreale.
Tanti i suoi fantasmagorici attori ed ognuno aveva un nome di battesimo che, a suo piacere, era passibile, presso l’archivio anagrafico, di cancellazione e di rinomina.
Tante le parti assegnate ai suoi invisibili attori: operaio, atleta, asceta ma all’occorrenza ateo, volontario di associazioni benefiche, scrittore, poeta, fumettista, musicista, videomaker, regista, qualche volta era fascista e altre volte comunista, ma anche anarchico. Era l’uomo emarginato, il cane bastonato dalla vita, il malato senza voglia di sperare ma al tempo stesso poteva essere il leader incontrastato, il potente, il resuscitato, il guerriero e il prigioniero, il depravato e il casto. Era bianco, nero, giallo, indio e qualche volta meticcio. Nel suo delirio d’onnipotenza si improvvisò anche messia e saggio profeta per affascinare gli umili con i suoi tentacoli velenosi… si credette Dio e anche Satana.
A volte oltre che regista si improvvisava attore e recitava la parte di una donna ma avendo doti anche di trasformista prontamente diventava un uomo, oppure un asessuato o si trasformava in un omosessuale… ma guardandosi allo specchio gli tornava solo un’immagine quella dell’incrocio tra un’ameba ed un parassita, e per questo essendo autosufficiente nel suo delirio riusciva a viver bene nel suo carrozzon-eremo, in compagnia di sé stesso e di tutte le sue figurine rubate.
Essendo nato Pinocchio, mistificare e raccontar bugie veniva con sé, era una sua predisposizione naturale, insita e congenita… pertanto ogni parte recitata era credibile come fosse reale, tanto più che i suoi spettacoli erano apparentemente gratuiti e dove non si paga c’è sempre un pubblico che abbocca e che viene derubato nel buio mentre si gode lo spettacolo.
Alla fine di ogni show era solito bombardare le sue serate surreali di musica e fuochi d’artificio, perché spesso chi viene divorato da tali passioni ed ambizioni, ama carpire l’attenzione degli astanti in mille modi disparati, all’occorrenza disperati. E guardando dall’oblò del suo angusto carrozzone, dove tronfia si mostrava ..la scritta arcadinoè, scrutava ogni reazione degli spettatori per mettere a punto il nuovo copione da mandare in scena.
Ma presto si stancò di giocare con le figurine e di far recitare i burattini, voleva arrivare alle persone in carne ed ossa, voleva riempire il suo carrozzone di gente vera perché solo in questo modo avrebbe provato l’illusione di vivere.
Si trasformò in un pover’uomo bisognoso di cure e di attenzioni, defraudato dalla vita di ogni affetto, votato al prossimo e alle cure per gli altri, la nuova farsa aveva altri scopi e mirava a raggiungere le vette del successo e magari procurarsi anche l’amore di una donna vera, tra le sue prede presto l’avrebbe individuata.
Dopo tanto navigare, il suo cammino si interruppe davanti ad una rocca. Il paesaggio intorno era avvolto dal mistero e la torre era circondata da una nebbia fitta di sogni. Tutt’intorno si aggiravano sciacalli affamati in attesa di qualche resto, digiuni da tempo perché quell’edificio arroccato era stato edificato con carta scritta e si sa gli sciacalli non si sfamano con le parole…
Quando videro lo straniero i profittatori sorrisero sperando che lui potesse procurargli il cibo per il prossimo futuro.
Nella rocca viveva una donna compassionevole verso il dolore umano, aveva conosciuto la gioia ed il dolore, aveva conosciuto le brutture e le bellezze dell’universo ed è per questo che accoglieva chi bussava alla sua porta e ascoltava ogni storia con attenzione. Ma aveva imparato a leggere i pensieri della gente e sapeva discernere il bene dal male e la menzogna dalla verità. Soprattutto aveva imparato a difendersi e la sua rocca, apparentemente accessibile ed abbordabile, era stata in precedenza fortificata ed ogni stanza era presieduta da guardiani.
Necessità fa virtù e i troppi attacchi alla cittadella avevano resa necessaria la misura di sicurezza, visto che la padrona di casa aveva deciso di non rinunciare ad accogliere viandanti di parole e ad ascoltare e vivere la bellezza di cui era capace una parte del genere umano.
Mangiafuopinocchio voleva non solo quella donna ma anche la sua dimora arroccata, da lì si dominava un bel paesaggio, fili di versi in erba e corolle di poesia variopinte e per la prima volta avrebbe provato la vertigine umana dell’essere amato, considerato e soprattutto di dimenticare la sua condizione genetica di burattino costruito da altri.
Ma il burattino-burattinaio non era sicuro di riuscire a rappresentare bene la sua parte e così cominciò a mandare avanti i suoi “pupi” vassalli. Ad uno ad uno bussarono al portone ma quando eran dentro come per un incantesimo gli scompariva la voce, ammutolivano e restavano impalati nelle stanze senza proferir parola oppure raggiungevano la cappella, sita nei sotterranei, e cominciavano ad osannare il cielo o chi per lui e a sciorinare preghiere latine per tener lontani i loro stessi démoni.
Sconfitto dall’incapacità delle sue marionette inanimate, si fece coraggio e bussò.
Dapprima si presentò come un uomo “felice” votato agli altri e al “donarsi”. La donna lo ascoltò, prese appunti e giacché sapeva legger tra le righe… chiamò le guardie e lo fece sbatter fuori con il suo fardello di menzogne.
Aspettò un mese all’addiaccio gettando, ai condor che giravano affamati sulla sua testa, brandelli di carne umana rubata al suo pubblico e che aveva portato con sé per sfamarsi durante il viaggio.
Bussò di nuovo alla porta con un nome “prezioso” offrendolo alla donna e raccontando una storia triste ed “in-felice”. La padrona di casa lo ascoltò un giorno intero e prese appunti, seguì la notte e il giorno dopo di nuovo il burattinaio poté parlare con la donna delle sue catastrofi e della sua solitudine e della sua umile condizione. Le parole dell’ospite intruso erano colla vischiosa capace di immobilizzare e la sua astuzia tale da nascondersi bene anche a sé stessa. Era talmente preso dalla sua invenzione che non si era accorto di aver cambiato maschera dalla notte al mattino e di aver indossato di nuovo quella della sua controfigura “felice”.
Trascorse una nuova notte piena di stelle e il cielo stellato parla a chi è capace di ascoltarlo, così il mattino dopo la padrona di casa chiamò le sue guardie e lo fece cacciar fuori dalla sua dimora.
Ad un passo dal cadere nel fossato, il marionettista cominciò a declamare la sua rabbia e il suo folle elogio a sé stesso e alle fiere che lo circondavano gettava pezzi di carne facendo credere che erano quelli della donna.
Tornato ad essere burattino di legno, il più scadente sul mercato, nel viaggio di ritorno, assetato di vendetta per esser stato smascherato e non amato, scrisse un copione perfetto per la sua prossima performance. Indossò la nuova caricatura di se stesso, attingendo dalla sua ricca raccolta di figurine e si preparò all’esordio.
La storia da mandar in scena parlava di una donna seducente che lo aveva amato e poi abbandonato, parlava di un uomo vittima delle arti magiche di quella seduzione… dimenticando che di Circe già aveva narrato qualcun altro prima di lui e che la storia era abusata e sfruttata.
Durante lo spettacolo…il pubblico era disattento e poco concentrato. Idrofobo cominciò a riempir l’aria di fuochi d’artificio, di esplosioni immani per attrarre il pubblico e per strappare applausi, ma gli spettatori erano distanti e guardarono con imbarazzo alle sue pirotecniche espressioni.
Invasato di passione mortificata, di gloria vanificata, di rabbia ritornata entrò nel suo caravan-arca e raccolse tutto l’esplosivo, nascosto nello scrigno di legno del suo cuore, deciso di recarsi davanti alla fortezza della dama per dar spettacolo della sua grandiosità.
Ma il materiale prese fuoco prima che lui riuscisse ad imboccare la porta del carrozzone ed uscire all’esterno. Tutto arse in un lampo di tempo, o forse di genio. Si narra che le figurine e tutti i burattini furono ritrovati tra fiamme e fumo, vennero raccolti, assicurati e sigillati, e spediti in un luogo lontano.
Gli sciacalli, in fin di vita per il prolungato digiuno, dovettero allontanarsi dalla roccaforte per andare a cercare nutrimento altrove.
La donna destinò al mondo tutti i suoi scritti perché lo difendesse dalle prepotenze del singolo.
Questo racconto non ha una sua morale… ma così deve essere… visto che il “personaggio” qui rappresentato è un a-morale.
17 aprile 2009 Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati
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