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APOCALYPSE Recupero Crediti (incipit)

Avevo ignorato il navigatore al ritorno da Roma, il  percorso verso casa era l’unica cosa solida e ormai metabolizzata da dieci anni a questa parte. Il temporale estivo mi scaricò, sul parabrezza, ettolitri su ettolitri di acqua: la mia auto sull’Aurelia, rallentata dalla fila di tante altre, sembrava stesse partecipando a una regata di barchette fatte con i gusci delle noci. Mi sarebbe servito ben altro “navigatore” esperto nel remare!
Il cielo nero, intessuto con fili di nuvole, si contorceva come un tappeto sbattuto da una gigantesca massaia affacciata al cielo e… tuoni ovunque, come percosse di battipanni, a riempire gli intervalli tra uno scroscio e l’altro.Sulla sinistra, in lontananza, scampoli di mare stropicciati come tessuti di seta messi in lavatrice a novanta gradi. Orli di spuma ribelle a bordare una notte di mezza estate e nella mia testa tanti rammendi all’ennesima notte di rimorsi, troppe volte rigirati come vecchi paltò.
Le macchine andavano diradandosi mentre mi avvicinavo a Santa Severa e quando penetrai la strada che portava a casa notai che, a parte le finestre illuminate e il playback della pioggia e dei tuoni, c’erano un silenzio ed un buio surreali. Era evidente che quel tempo maldestro aveva censurato agli abitanti la possibilità di uscire e ai villeggianti pendolari l’opportunità di trascorrere il weekend al mare. Provai la sensazione di un rifugiato naufrago quando imboccai il viottolo che conduceva al piazzale della mia villetta con vista mare. Parcheggiai.
Un bagliore violento, come lampo di fuoco, mi ferì la coda dell’occhio e di lì a poco il rombo strepitante del tuono in coda mi sferzò i timpani.
L’estate sembrava vittima di insolite barbarie, pasticciata da graffiti di nubi spruzzate da teppisti nottambuli, seviziata con scudisci di abbaglianti folgori, ferita da pezzi di silenzio mandati in frantumi da tonanti colpi.
Armeggiai nelle tasche in cerca delle chiavi,  in preda ad un’angoscia, mai conosciuta prima; tanto subdola da avermi

già imprigionate le dita delle mani con ingombranti catene invisibili.
Salii nella stanza da letto. Cinzia, sexy nella sua versione notturna, si rotolava nel letto tra lembi di inquietudine. La baciai d’istinto e pensai di sbirciare nell’altra stanza, prima di raggiungerla nel letto.
Girando la maniglia,  la porta cigolò lamentando acciacchi di una vecchiaia che colpisce anche gli oggetti con il passar degli anni.
Trattenni il respiro per paura che quel gemito, poco oleato, potesse aver alterato il magico mondo che riempiva la stanza.  Francesco e Chiara erano immobili nei loro letti, teneri e sorridenti… forse sfruttavano il fragore, di quel temporale insistente,  per alimentare i loro avventurosi viaggi onirici.
Un cane invece di abbaiare…ululò. La calma apparente della mia casa era ossimoro del nervosismo della natura fuori. La testa stava per esplodere. Minata da irragionevoli smanie e spinta da domande insensate mi guidò sul terrazzo. Le piante curate dal pollice “verdissimo” di Cinzia si agitavano sul davanzale e tra le foglie… un singhiozzare disperato di pioggia. Dal punto più alto del mio regno familiare, vidi perfettamente il tragitto di una saetta che infilzò il mare e una fiammata innaturale come se avessero appiccato il fuoco alle acque.
Mi infilai il keeway per arrivare fino alla spiaggia (segue…)

Il  racconto inedito appartiene al Progetto/Raccolta “DIRE FARE BACIARE LETTERA E TESTAMENTO – giochi letterari oscillanti tra reale, surreale e iper-reale” di Paola Tinchitella che ha ricevuto Attestato di merito nel Concorso Letterario ALBEROANDRONICO – MARZO 2012


Absentia

Voragini

precipitarsi dentro

memorie sotto le unghie

quel che trapassò le dita

cataratte sugli occhi

quel che riempì le palpebre

Il tempo scorrendo

taglia lo spazio

il mio

il tuo chissà dov’è

 

Paola Tinchitella tutti i diritti riservati


Epitaffio… χωρίς

“Ingoio l’impotenza
di un verbo che non posso pronunciare 
essenza del senza da coniugare
ritmico vuoto dell’assenza.
Smentisco lo stridore dell’inferno
perché è già qui
esponente esasperato del silenzio”

Paola Tinchitella da DIRE, FARE, BACIARE, LETTERA, TESTAMENTO


Epitaffio (uno stralcio)

(…) Dividiamo le persone in amici e nemici. Ci resta ancora spazio per l’indifferenza e gli indifferenti.

Eppure un amico e il suo contrapposto, il nemico, non sono che uomini esattamente come noi. Cataloghiamo gli uomini per come li abbiamo conosciuti in un data circostanza. Quella circostanza ha creato l’incidente e il precedente che ci ha fatto definire tale un amico o un nemico. Brutto affare il momento contingente, quel momentaneo frangente che crede di conoscere la totalità.

Se estrapoliamo un “nemico” dal contesto che ci ha condotti a ritenerlo tale ci troviamo davanti al dubbio che si possa confermare quest’ipotesi, se non in maniera accidentale e casuale quindi: può essere o non può essere. Resta la consapevolezza che sia un uomo come noi.

Assoggettare un uomo al termine nemico rimarca l’impossibilità per l’uomo di avere una visione oggettiva e per gli eventi l’incapacità di impedire che la soggettività nell’osservarli resti esclusa. Anche quando la visione è collettiva resta comunque soggettiva e sottomessa all’appartenenza e al vincolo dei “molti” individuale.  Anche in questo caso il momento che coincide con l’aggregazione di quegli individui e la condivisione di un elemento eventuale è solo un “momento” isolato dalla generalità dei momenti. Quest’ultima anche resta soggettiva visto che non si può ricomprendere tutta nell’analisi non potendo circoscrivere l’infinita incidenza di tutti gli istanti di un tempo che è infinito. L’uomo tenta di misurare tutto ma anche il tempo lo ha dovuto suddividere a suo piacimento e non ne conoscerà mai il principio né la fine.

Il mio nemico, il mio amico… sono solo la nostra visione di quella persona, ma ci rassicura non ammetterlo. Persino quando si parla di un nemico… ci rassicura perchè catalogare ci illude sul discernere. Non ammettiamo fuoriuscite dalle griglie che abbiamo tracciato e quando le fughe avvengono: ci deprimiamo, destabilizziamo, disperiamo.
Eppure ammettiamo che la produzione di sentimenti è estremamente soggettiva, ricompresi l’amore e l’odio.

Ma un nemico non è forse partorito dall’odio ed un amico dall’amore? E quel sentimento lo stiamo provando soltanto noi in quel preciso istante e nessuno può aiutarci ad ottenere in questa stessa sede un riconoscimento oggettivo alla nostra definizione.
Così quando qualcuno ti dice ” ti capisco, ci sono passato anche io,” oppure quando sostiene “si vede proprio che ti puoi fidare di lui, si farebbe ammazzare per te”
non credergli mai, “amico mio”. (segue)

Paola Tinchitella tutti i diritti riservati

da DIRE FARE BACIARE LETTERA TESTAMENTO (raccolta di racconti)


L’uomo che…

(…) Panchine, dirimpettaie, si tengono compagnia.
Immagino… parlottino fra loro, ancora libere dallo scorazzare dei bambini e dai “con-te-non-gioco-più” e “mamma-flavio-m’ha-sputato”. Ritemprate di quiete, lontane dal ciarlare delle massaie, e le sento scavalcare  le barricate di tutti quei consigli per gli acquisti di prodotti miracolosi per lavare pavimenti “che-ti-ci-puoi-specchiare-dopo” e i ritocchi apportati alle tradizionali ricette nell’ultima cena “che-ci-mancava-poco-che-si-leccassero-il-piatto”. Immagino. Degli anziani sorpasseranno il rosario degli acciacchi da cui si sono appena alzati “quant’è-brutta-la-vecchiaia-che-nemmeno-più-di-stare-a-letto-mi-riesce” e la fila alle poste nel giorno di incasso di misere pensioni, di quel risarcimento danni da lavoro malpagato che non si sognerebbe mai di entrare in competizione col carovita perché “va-sempre-peggio-…-e -ti-dico-che-si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio!”.  Tra le panchine vuote, ancora da riempire di zenit, immagino: il loro muto “restare”, il loro muto restar sole… di fronte a persiane, sorelle gemelle, che spalancandosi si affacciano tra gli alberi scuotendo l’aria, ammalata d’umidità. (segue)

Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati

… un tragitto da spettatrice… prima che facciano ingresso i personaggi


Cerimoniali

Sacralità di luoghi

are senza pace

per il sacrificio di un ricordo

sanguinano cripte dei nostri ieri

brutalizzate dal verbo di oggi

onore alla memoria irreversibile

nel coma di un cuore

 

Sul bordo di un disagio

cerimoniali di nuovo

improvvisano

feste di temporali estivi

 

Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati


Sfogliare passi

Album/incollare l e t t e r e per archiviare parole

Pagine/ archiviare i m m a g i n i per incollare memorie spezzate

Sfogliare passi
Strappare assenze
Pestare a sangue momenti
Ricomporre i frammenti
Sostare sul filo del rasoio
Vietare al ferro di spezzarsi
Piegarsi dentro un risvolto solitario

Respingersi in cima
ad un rantolo sommario

Andare/come/dove
la quiete non è/
non dimora in palafitte
non riposa nel maremoto.

Scrivere da destra a sinistra
e leggere il rovescio
del tormento
inventando/l'estasi.

Paola Tinchitella tutti i diritti riservati al suo demone

1

“L’aspettava lì, su quel bordo di periferia consumata. Un punto, orfano di meridiani e paralleli, tracciato dietro l’angolo retto d’un palazzo anni 50, dove tutte le scarpe di borgata avevano edificato i loro passi e le loro soste alla fermata.
La mattina ancora non s’era accorta di aver superato l’alba, avevano entrambi sole e sonno negli occhi…” L’UOMO CHE… (Paola Tinchitella)


L’AMBIZIONE DEL BURATTINO…

Ambizione del burattino - Corpo di Ballo del Maestro Davide Ferrara - foto di Liliana Russo

 

C’era una volta un legnoso fantoccio, appassionato collezionista di figurine, talmente desideroso di riempire tutti gli album delle sue infinite collezioni, da arrivare a rubarle al prossimo anziché limitarsi ad un costruttivo scambio.

Ma la sua sete di possesso presto si trasformò in qualcosa di molto più complesso, ambiva dar vita alle sue immaginette, dar loro un nome d’arte, una voce rispettabile, una professione decorosa, un’identità credibile… insomma desiderava sostituire Geppetto e la Fata Turchina, al tempo stesso, per poter umanizzare le sue figurine e muoverne i fili indiscriminatamente.

Arrivò così il giorno in cui da burattino si improvvisò burattinaio e cominciò a cercare nel mondo i palcoscenici in cui svolgere le rappresentazioni del suo teatrino surreale.

Tanti i suoi fantasmagorici attori ed ognuno aveva un nome di battesimo che, a suo piacere, era passibile, presso l’archivio anagrafico, di cancellazione e di rinomina.

Tante le parti assegnate ai suoi invisibili attori: operaio, atleta, asceta ma all’occorrenza ateo, volontario di associazioni benefiche, scrittore, poeta, fumettista, musicista, videomaker, regista, qualche volta era fascista e altre volte comunista, ma anche anarchico. Era l’uomo emarginato, il cane bastonato dalla vita, il malato senza voglia di sperare ma al tempo stesso poteva essere il leader incontrastato, il potente, il resuscitato, il guerriero e il prigioniero, il depravato e il casto. Era bianco, nero, giallo, indio e qualche volta meticcio. Nel suo delirio d’onnipotenza si improvvisò anche messia e saggio profeta per affascinare gli umili con i suoi tentacoli velenosi… si credette Dio e anche Satana.

A volte oltre che regista si improvvisava attore e  recitava la parte di una donna ma avendo doti anche di trasformista prontamente diventava un uomo, oppure un asessuato o si trasformava in un omosessuale… ma guardandosi allo specchio gli tornava solo un’immagine quella dell’incrocio tra un’ameba ed un parassita, e per questo essendo autosufficiente nel suo delirio riusciva a viver bene nel suo carrozzon-eremo, in compagnia di sé stesso e di tutte le sue figurine rubate.

Essendo nato Pinocchio, mistificare e raccontar bugie veniva con sé, era una sua predisposizione naturale, insita e congenita… pertanto ogni parte recitata era credibile come fosse reale, tanto più che i suoi spettacoli erano apparentemente gratuiti e dove non si paga c’è sempre un pubblico che abbocca e che viene derubato nel buio mentre si gode lo spettacolo.

Alla fine di ogni show era solito bombardare le sue serate surreali di musica e fuochi d’artificio, perché spesso chi viene divorato da tali passioni ed ambizioni, ama carpire l’attenzione degli astanti in mille modi disparati, all’occorrenza disperati. E guardando dall’oblò del suo angusto carrozzone, dove tronfia si mostrava ..la scritta arcadinoè,  scrutava ogni reazione degli spettatori per mettere a punto il nuovo copione da mandare in scena.

Ma presto si stancò di giocare con le figurine e di far recitare i burattini, voleva arrivare alle persone in carne ed ossa, voleva riempire il suo carrozzone di gente vera perché solo in questo modo avrebbe provato l’illusione di vivere.

Si trasformò in un pover’uomo bisognoso di cure e di attenzioni, defraudato dalla vita di ogni affetto, votato al prossimo e alle cure per gli altri, la nuova farsa aveva altri scopi e mirava a raggiungere le vette del successo e magari procurarsi anche l’amore di una donna vera, tra le sue prede presto l’avrebbe individuata.

Dopo tanto navigare, il suo cammino si interruppe davanti ad una rocca. Il paesaggio intorno era avvolto dal mistero e la torre era circondata da una nebbia fitta di sogni. Tutt’intorno si aggiravano sciacalli affamati in attesa di qualche resto, digiuni da tempo perché quell’edificio arroccato era stato edificato con carta scritta e si sa gli sciacalli non si sfamano con le parole…

Quando videro lo straniero i profittatori sorrisero sperando che lui potesse procurargli il cibo per il prossimo futuro.

Nella rocca viveva una donna compassionevole verso il dolore umano, aveva conosciuto la gioia ed il dolore, aveva conosciuto le brutture e le bellezze dell’universo ed è per questo che accoglieva chi bussava alla sua porta e ascoltava ogni storia con attenzione. Ma aveva imparato a leggere i pensieri della gente e sapeva discernere il bene dal male e la menzogna dalla verità. Soprattutto aveva imparato a difendersi e la sua rocca, apparentemente accessibile ed abbordabile, era stata in precedenza fortificata ed ogni stanza era presieduta da guardiani.

Necessità fa virtù e i troppi attacchi alla cittadella avevano resa necessaria la misura di sicurezza, visto che la padrona di casa aveva deciso di non rinunciare ad accogliere viandanti di parole e ad ascoltare e vivere la bellezza di cui era capace una parte del genere umano.

Mangiafuopinocchio voleva non solo quella donna ma anche la sua dimora arroccata, da lì si dominava un bel paesaggio, fili di versi in erba e corolle di poesia variopinte e per la prima volta avrebbe provato la vertigine umana dell’essere amato, considerato e soprattutto di dimenticare la sua condizione genetica di burattino costruito da altri.

Ma il burattino-burattinaio non era sicuro di riuscire a rappresentare bene la sua parte e così cominciò a mandare avanti i suoi “pupi” vassalli. Ad uno ad uno bussarono al portone ma quando eran dentro come per un incantesimo gli scompariva la voce, ammutolivano e restavano impalati nelle stanze senza proferir parola oppure raggiungevano la cappella, sita nei sotterranei, e cominciavano ad osannare il cielo o chi per lui e a sciorinare preghiere latine per tener lontani i loro stessi démoni.

Sconfitto dall’incapacità delle sue marionette inanimate, si fece coraggio e bussò.

Dapprima si presentò come un uomo “felice” votato agli altri e al “donarsi”. La donna lo ascoltò, prese appunti e giacché sapeva legger tra le righe… chiamò le guardie e lo fece sbatter fuori con il suo fardello di menzogne.

Aspettò un mese all’addiaccio gettando, ai condor che giravano affamati sulla sua testa, brandelli di carne umana rubata al suo pubblico e che aveva portato con sé per sfamarsi durante il viaggio.

Bussò di nuovo alla porta con un nome “prezioso” offrendolo alla donna e raccontando una storia triste ed “in-felice”. La padrona di casa lo ascoltò un giorno intero e prese appunti, seguì la notte e il giorno dopo di nuovo il burattinaio poté parlare con la donna delle sue catastrofi e della sua solitudine e della sua umile condizione.  Le parole dell’ospite intruso erano colla vischiosa capace di immobilizzare e la sua astuzia tale da nascondersi bene anche a sé stessa. Era talmente preso dalla sua invenzione che non si era accorto di aver cambiato maschera dalla notte al mattino e di aver indossato di nuovo quella della sua controfigura “felice”.

Trascorse una nuova notte piena di stelle e il cielo stellato parla a chi è capace di ascoltarlo, così il mattino dopo la padrona di casa chiamò le sue guardie e lo fece cacciar fuori dalla sua dimora.

Ad un passo dal cadere nel fossato, il marionettista cominciò a declamare la sua rabbia e il suo folle elogio a sé stesso e alle fiere che lo circondavano gettava pezzi di carne facendo credere che erano quelli della donna.

Tornato ad essere burattino di legno, il più scadente sul mercato, nel viaggio di ritorno, assetato di vendetta per esser stato smascherato e non amato, scrisse un copione perfetto per la sua prossima performance. Indossò la nuova caricatura di se stesso, attingendo dalla sua ricca raccolta di figurine e si preparò all’esordio.

La storia da mandar in scena parlava di una donna seducente che lo aveva amato e poi abbandonato, parlava di un uomo vittima delle arti magiche di quella seduzione… dimenticando che di Circe già aveva narrato qualcun altro prima di lui e che la storia era abusata e sfruttata.

Durante lo spettacolo…il pubblico era disattento e poco concentrato. Idrofobo cominciò a riempir l’aria di fuochi d’artificio, di esplosioni immani per attrarre il pubblico e per strappare applausi, ma gli spettatori erano distanti e guardarono con imbarazzo alle sue pirotecniche espressioni.

Invasato di passione mortificata, di gloria vanificata, di rabbia ritornata entrò nel suo caravan-arca e raccolse tutto l’esplosivo,  nascosto nello scrigno di legno del suo cuore, deciso di recarsi davanti alla fortezza della dama per dar spettacolo della sua grandiosità.

Ma il materiale prese fuoco prima che lui riuscisse ad imboccare la porta del carrozzone ed uscire all’esterno. Tutto arse in un lampo di tempo, o forse di genio. Si narra che le figurine e tutti i burattini furono ritrovati tra fiamme e fumo, vennero raccolti, assicurati e sigillati, e spediti in un luogo lontano.

Gli sciacalli, in fin di vita per il prolungato digiuno, dovettero allontanarsi dalla roccaforte per andare a cercare nutrimento altrove.

La donna destinò al mondo tutti i suoi scritti perché lo difendesse dalle prepotenze del singolo.

Questo racconto non ha una sua morale… ma così deve essere… visto che il “personaggio” qui rappresentato è un a-morale.

17 aprile 2009 Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati

L’AMBIZIONE DEL BURATTINO IL CONVEGNO SU COMUNICAZIONE E SOCIALNETWORK – VITTORIA WEB

Discarica Umana… l’incipit


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