Nel nero profondo è la prima opera in prosa di Mariella Soldo, tanto sporca di poesia, dalla prima all’ultima pagina, da confondere il confine che separa le due forme quasi in accettazione del dualismo della letteratura. Questa condizione non riguarda solo la forma ma gli stessi contenuti che si ergono a simbolo di un dualismo ricorrente nella storia umana, personale ed universale.
L’autrice si cimenta nella stesura di un anti-romanzo, riflessioni come appunti di un viaggio oltre le profondità conosciute; questa particella ANTI che anticipa la definizione nota di “romanzo” non vuole soltanto indicare lo stato del precedere qualcosa… in questo caso la costruzione del romanzo, ma è anche “anti-“ nel senso che si oppone a qualcosa, una protesta, una ribellione che lascia il segno trovando un gancio cui aggrapparsi nell’analisi dei postumi di una rivoluzione.
Perché la rivoluzione serpeggia in ogni parola, se ne sente il dolore, il tormento e lo sgomento non tanto in senso lato, quanto in tutte le angolazioni da cui la rivoluzione si può guardare.
La rivoluzione è nella stessa scrittura di questo testo che, gettandosi in una sperimentazione ardua che concede più al lettore che allo stesso scrittore sollecitando l’immaginario personale, ci parla anche di rivoluzione letteraria… ma la rivoluzione vera quella che percuote e prende a schiaffi l’intera opera è un simbolismo magico, forse occultato fra le pieghe del testo, che riesce ad avvicinarlo quasi alle rivoluzioni dei pianeti che nel nero profondo hanno il loro habitat naturale e che possono essere individuate come lo specchio lontano ma fedele di una rivoluzione interiore che porta con sé la metamorfosi profonda dell’essere.
Forte l’essenza femminile in questo testo che riesce a riprodurre figure teatrali potenti e rappresentative attraverso presenze “declinate” al femminile, è così per la danza, per la musica, così per la sensualità… non è così per la rivoluzione propriamente detta dove il disfacimento e lo sgomento che ne restano, tracciano la consapevolezza del rischio di una perdita di potenza e di forza della femminilità nonché della sua complessità e completezza.
L’antiromanzo di Mariella Soldo ha necessariamente una forma frammentaria, ma non sono semplici riflessioni slegate e incontrollate, piuttosto sono le singole ossa di uno scheletro invisibile che sostiene le pagine una per una ed ogni riflessione potremmo scoprirla costola, organo, sangue e nervatura, cartilagine necessaria e spesso dolente capace di farsi sentire in una fitta persistente.
Le stesse riflessioni sono anche battito cardiaco, le senti pulsare, ne senti la bradicardia e la tachicardia alternate, ne senti il collasso in alcuni punti e l’accelerazione in altri… e quel battito appartiene al cuore della ballerina, al cuore della poetessa e al cuore della narrazione che muove entrambe ed è fusione di quei battiti.
Quel che mi ha colpito sopra ogni cosa è il silenzio surreale in cui è immersa l’intera opera, il silenzio tipico del nero profondo di una notte nel deserto, deserto di giorni e di rifugio interiore, ma sembra ossimoro di una convulsione di suoni, parole allineate come su uno spartito, suoni bassi accostati ad acuti, suoni diafani accostati a suoni metallici, armonie e disarmonie volutamente cercate dalla scrittrice per riprodurre lo stato di malessere ed il dissenso verso un esterno capace di massacrare la purezza e verso l’inutilità di un adattamento all’esterno. E poi c’è questo suono simile ad un soffio, un alito, questo suono di morte che pervade… non solo questo testo ma tutta la letteratura… se pensiamo che ogni scrittore destina la propria opera al raggiungimento della parola fine, commiato, addio; ma sappiamo bene che la morte percepita in questo stadio conferisce valore aggiunto alla stessa vita, alla nascita e alla rinascita e si delinea come il segno di un inevitabile passaggio di continua metamorfosi.
Qui il suono della morte non è solo un suono letterario ma un accento simbolico, lo troviamo sulla carne della ballerina e sul pensiero della poetessa… “suicidio letterario”.
Il suono della metamorfosi è amplificato da alcune frasi ricorrenti, ossessive, angoscianti seppur liberatorie, sono il rewind e replay della memoria che porta con sé e in sé, nonostante evoluzioni ed involuzioni, il ricordo di ciò che è stato.
“Nel nero profondo” ci parla di due voci, attraverso due voci…più una terza, sotterranea, che tiene il tempo e conduce il testo tra onde musicali punk, soul, blues; questa terza voce ho creduto fosse la voce della scrittrice quando si risveglia dallo stato di trance in cui è caduta per raccontare e riprende in mano le redini del gioco condotto fin a quel momento dalle due voci protagoniste. Quelle due voci femminili non sono semplicemente due donne, ma rappresentazioni ben riuscite di entità eteree e inafferrabili come la poesia e la sensualità.
E così la poetessa colta e la ballerina decadente a volte sembrano essere due espressioni ben distinte, altre volte si amalgamano, si fondono e dove finisce una comincia l’altra… tanto che, in alcuni momenti, si presentano al lettore come due facce di una stessa medaglia.
Il titolo NEL NERO PROFONDO è sintesi ed incipit, scatto iniziale di una folle volontà di raccontare l’abisso, come discesa nei propri inferi e sprofondamento nelle viscere… ma anche come distacco dal tangibile, come annientamento delle forme che assumono corposità, dimensioni e tridimensionalità in presenza di luce. Qui sembra sparire la carne, forse il tatto, eppure restano le parole accese a rammentare i sensi e un getto d’inchiostro anch’esso nero, come il sangue che scorre nelle vene di chi arriva a soffrire in virtù della catarsi della scrittura.
Queste tre parole, che si fanno titolo, mi hanno accompagnato nella lettura di tutto il testo come un promemoria ossessivo che non lasciava a scampo, intuizione dell’intimo sentire per leggere un’opera complessa in maniera completa.
Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati