Matteo Seduta – L’Enigmista

Enigmista dell’arte, eclettico e poliedrico, affronta ogni espressione artistica a lui congeniale, decodificando materia ed energia come se stesse componendo o risolvendo un enigma. L’enigma è una lotta tra creatore e solutore, in Matteo Seduta queste due figure coesistono. Il primo “inquadra” un soggetto-concetto o un insieme di oggetti, introiettandoli in maniera criptata, a tratti oscura; al secondo delega la capacità di tradurre e indicare la soluzione attraverso procedimenti interiori ed esteriori mossi dall’ingegno e dal talento. Dal confronto di queste due parti nasce un’opera complessa, codificata, che il pubblico dovrà a sua volta introiettare, decodificare e risolvere per arrivare al nucleo della rappresentazione.

In ogni sua opera, sia visiva che letteraria, vibrano percorsi in grado di tracciare ed evidenziare la soluzione dello sguardo sulla materia e, nello specifico, sull’umano.

Quest’analisi può essere avallata dalla presenza di una serie di opere della sua produzione visiva-visionaria intitolata “Anagram”. Proprio come avviene per gli anagrammi propriamente detti, dove il risultato finale comporta una permutazione dell’insieme di parole iniziali tale da produrre altrettante parole di significato affine o totalmente opposto al concetto originario, così in questa serie è rappresentata in maniera forte e viscerale una permutazione della materia, esistente prima dello scatto, concreta, tangibile e inclusiva di un concetto riconosciuto dalla convenzione, per arrivare ad ottenere una liquefazione/solidificazione che continui a rappresentare il concetto originario ma al contempo ne indichi la trasmutazione che dall’espressione iniziale può condurre fino al suo opposto o divenirne ossimoro.

Il processo di destabilizzazione del noto, dello stereotipato avviene attraverso una traslazione su altro piano, il soggetto-oggetto viene calato in un vuoto e poi nel pieno del suo immaginario, liberandolo della precedente contestualizzazione perché diventi manifesto della potenza del concept assunto dal suo daìmon.

Seppure affrontato in un contesto letterario narrativo, questo procedimento viene indicato come linea guida, cito a tal proposito un passaggio notevole di “Decostruzione” , particolarmente attinente con quanto sopra enunciato.

“Proverò ora a destabilizzare i miei movimenti. Ora, nel vuoto riconosco la mia vita”.

Destabilizzare i movimenti, dopo averli fatti propri, privare di convenzioni spazio-temporali il circostante, immergere il tutto nel vuoto per rielaborarlo e poi riconoscergli altre espressioni, altro linguaggio, finanche altra materia. Lo sguardo soggettivo, la relatività del tempo e dello spazio, le variabili, che incidono ogni istante, vincono e restano immortalati in uno scatto che trattiene un atto già compiuto e completo, dove il movimento diventa staticità. Sembra che intorno, mentre l’artista opera, si crei e si cerchi il vuoto e nel vuoto un mondo sostanzialmente statico può evocare dinamismo.

Gli anagrammi correlati alle sue opere, interessano l’idea della staticità capace di inglobare il movimento insito nelle molecole che compongono la materia, astraendole dallo spazio e dal tempo oppure immergendole nelle correlazioni spazio-temporali, per cui lo spazio diviene l’unico indicatore del passaggio del tempo.

Della serie “Anagram” evidenzio un’opera, in particolare, dove lo spazio occupato dalla materia diviene indicatore non solo di se stesso ma anche del tempo: Art Snife/Anagram#2.

L’anagramma che trova la sua partenza in “spazio statico” nella sua risoluzione denota l’opposto, evoluzione ed involuzione di particelle che costituiscono la materia, in rapporto allo scorrere (movimento) del tempo, per quanto ne sia stato fissato solo un istante presente… riesce a raccontare del prima e del dopo.

La materia che occupa lo spazio, legno, sembrerebbe rappresentata come immobile… ma è solo il primo sguardo a rendercela tale. Il tempo per quanto non compaia, anzi venga assunto come inesistente, trova nello spazio il suo specchio. Nonostante la pietrificazione voluta dallo scatto, si percepisce lo scricchiolìo del tempo, il suo passaggio. Lo spazio delinea il tempo, la consunzione e la stratificazione, la decadenza, la corrosione, finanche il passaggio dallo stadio solido a quello liquido e viceversa. In quest’opera una funzione propria dello spazio, espropria il tempo del suo ruolo, si sostituisce ad esso e ne indica il movimento, il passaggio, la trasformazione.

Il tempo quindi risulta ridondante, il cambiamento può essere descritto senza tempo.

Ma dove risiede l’incipit e l’input da cui ha origine ogni opera? E’ l’energia circolante in ogni istante, mai uguale al precedente o al successivo,  che produce vibrazioni così violente da trasformarsi in flash, in immagini già concrete ancor prima di formulare lo scatto fotografico. Ne consegue che ogni immagine scattata ha una precisa angolazione, mai casuale, fortemente ricercata e unica formula per esprimere una nozione emozionale preesistente. Per giungere quindi al risultato finale, all’opera compiuta, partendo dall’astrazione applicata alla materia, si mobilita un processo di metamorfosi complessa e interessante vari livelli, dalle viscere alla corteccia cerebrale, che si avvarrà tuttavia di procedure altamente professionali e tecniche per ottimizzare, attraverso la forma espressiva, il contenuto intrinseco.

Il tema del tempo, anagramma dello spazio, è pensato come se non avesse un’esistenza indipendente tuttavia in grado di descrivere relazioni tra oggetti e soggetti, tra consapevolezze e contraddizioni, e ricorre anche nella striscia fotografica “Tempi morti con carnefice”, anche se con spinte interiori diverse rispetto ad Art Snife. In essa troviamo l’elaborazione e l’assemblaggio di più concetti. “Ammazzare il tempo” o il concetto di “tempi morti” sono espressioni ricorrenti nella comunicazione quotidiana, difficilmente ci si sofferma ad analizzare il loro contenuto, il significato al di là della nostra abitudine a pronunciarle. Matteo Seduta in quest’opera affronta il tema con ironia e sagacia. Partendo dall’idea che il tempo, per quanto scandisca i nostri giorni, potrebbe non esistere… ricostruisce l’idea del tempo a partire dall’esperienza consolidata e comune a tutti, attraverso la correlazione tra parti e soggetti di un mondo fondamentalmente statico, con l’intento poi di distruggere ed uccidere quella stessa idea. Il tempo scorre nell’umano quotidiano semplicemente perché gli abbiamo offerto uno strumento tecnico a rappresentazione di questo scorrere: l’orologio.

Quest’opera va osservata da più angolazioni, fermo restando che l’input che la muove è da ricercare nel concetto di Ammazzare il tempo. Più nello specifico, la volontà dell’artista d’uccidere il concetto di tempo, viene usato per rafforzare la potenza espressiva della staticità, fulcro di tutta l’opera. In sostanza l’immobilismo della materia qui rappresentata è in grado di produrre un paradosso atto ad indicare il movimento invisibile delle sue particelle, denotato dalle correlazioni  spazio-temporali.

Nella prima immagine della striscia, il concetto di “tempi morti con carnefice” ricorre ad un artificio ingegnoso e divertito al tempo stesso, che parte da un’analisi ironica nell’ammissione che se il tempo esiste al punto di poterlo ammazzare deve esistere un carnefice o un assassino. La metafora visiva offerta dall’artista è completa ed esatta, come un orologio svizzero, a rappresentare quest’atto.

Nella seconda immagine della striscia c’è la sofferenza insita nello scorrere del tempo rappresentata dalla stessa prigionia in cui si genera il tempo… è un tempo moribondo e agonizzante, immobilizzato, costretto, tant’è che nemmeno le lancette dell’orologio si riescono a distinguere, eppure sono proprio queste a fornirci l’indicazione e ci danno la cognizione dello scorrere del tempo, persino da una nazione all’altra, adattate al fuso orario locale, tracciano convenzionalmente il segno del suo passaggio. L’orologio qui rappresentato potrebbe sostituirsi all’idea di Terra, con i suoi meridiani e paralleli passanti, quindi l’idea del tempo si rivela, passando da un meridiano all’altro, da un parallelo all’altro, ancor più inesistente e contestabile. Il tempo legato e imbavagliato agonizza, destinato a morire semmai è esistito, così, allo stesso modo, l’uomo soffre il suo passaggio che lo sorprende a volte alacre, a volte immobile.

Nella terza immagine viene ripercorsa la formula letteraria che esprime il concetto: “bruciare i tempi”, difficile da rappresentare come difficile è rappresentare il futuro temporale. Matteo Seduta ricorre con sarcasmo e mette in correlazione due archetipi rappresentativi del tempo e della combustione: fuoco e orologio da polso. Sottolineo che non è casuale la scelta di quest’ultimo oggetto: il polso è in grado di restituirci i battiti cardiaci, la loro accelerazione può rimandare alla corsa umana, insita nell’idea acquisita di “bruciare i tempi”.

L’ultima immagine, traccia la conclusione non solo dell’opera ma del concetto di tempo in senso lato e diventa evidenza di quanto narrato visivamente fin qui.

Da notare che gli orologi non vengono mai distrutti sempre integri, si presume un atto che non viene mai compiuto, in quanto l’atto sarebbe più paradossale del tempo stesso.

In Paper A, invece, c’è necessità di disperdere l’integrità della materia, quindi nell’immagine finale l’atto si compie, è un atto necessario in vista di una consapevolezza auspicata per l’umano.

Anche quest’opera si presta ad essere anagramma dei tempi, attraverso la materia, carta, che sovrasta l’umano occultato si traduce la cronaca, il quotidiano. La realtà contingente misurata nelle uscite di quotidiani… l’uomo ne è soggiogato, tanto da espropriare la propria materia in carne ed ossa in favore dell’adattamento all’esterno. La critica mossa dall’artista è uno spettacolo ben riuscito che trasmette ribellione attraverso la sequenza, di questo scrissi in versi… tempo fa:

Back stage

Suoni della creazione
dietro le quinte nere
eccitazioni d’aspettative
ancora il nulla negli occhi
morde presagi d’effetto
Effetti 3D dell’immaginario

La natura umana
espropriata dalla cronaca nera
e rosa
evocato il paradosso
del vivere sommersi

Gutenberg dietro l’angolo del tempo
si lascia trascinare dallo sperimentale
inquadrature di un nuovo tempo
Ritmo di uno scatto
a immortalare
la storia che immobilizza
contemporaneità da incenerire
liberare l’identità sommersa dallo scoop
e dagli ola come urla
presume sacrificio estremo

La delega alla materia tutta di essere contenitore di connessioni spazio-temporali è visibile in ogni opera persino nei ritratti.

“Distanze” raccoglie in un’espressione di apparente fissità, l’attimo contingente riuscendo a raccontare il prima e il dopo, distanze temporali e spaziali capaci di annullare il contesto generatore e di evidenziare l’essenza dell’uomo, il suo interiore, le percezioni intime che allontanano, anche se per un istante, dal circostante.

L’Enigmista resta fedele a questa sua spinta di codificare e decodificare anche nella produzione letteraria. I suoi scritti, in prosa e poesia, sono rebus, incroci da sviluppare, anagrammi da risolvere. Si può guardare ai suoi versi come a definizioni precise, che possono condurre verso una ed un’unica soluzione ma destinate ai solutori abili, capaci di staccarsi dalla realtà assunta e favorire l’immaginario sommerso.

Gli incroci possibili e necessari composti dalle strofe o dai paragrafi, non lasciano scampo a soluzioni alternative, incasellano con meticolosità il concetto… non ci può essere casualità per chi crea con coerenza la risposta ai suoi moti interiori rapportati all’esterno. Gli incroci di versi danno le destinazioni orizzontali e quelle verticali, segnano dal principio la soluzione ultima, slegandosi dal titolo a volte… quasi che nel gioco artistico di Matteo Seduta aumentare il livello di difficoltà produca una crescita esponenziale dell’ispirazione. Uno sguardo attento potrà vedere riprodotte nelle sue opere letterarie persino le tipiche caselle nere delle parole crociate: sono le ombre necessarie, le pause in cui ogni artista si rigenera, è l’intimo più vicino all’umano ma anche il territorio sacro, lontano dagli occhi della moltitudine, in cui l’artista si rinnova, si ricarica, procede nel suo processo evolutivo.

Voglio segnalare a questo punto, pur ritenendo buona l’intera produzione letteraria, Check-Up, riproponendo il commento che mi ispirò quel pezzo per la rilettura che oggi ne faccio, collegandolo ad un’opera fotografica

“la memoria di tempi vissuti ed andati si mescola alla visione nuova del reale, senza più esser specchio di quel che conosciamo e ci lasciamo alle spalle, ma solo il mestolo che gira la mistura di cui credevamo di conoscere tutti gli ingredienti… pensavamo di conoscere la ricetta ma alla fine scopriamo che il risultato finale nella migliore delle ipotesi è incolore e insapore, nella peggiore… ha un sapore dolceagro e indigeribile, un odore insopportabile e aspro… è il sangue che cola dal ricordo ferito… il vuoto diventa carta assorbente con cui tamponarlo.”

L’opera in questione è “Organi”. Si tratta di memoria, di ricordi rielaborati. Quello che è stato parte di noi, del nostro presente diventa un pezzo di noi,  strappato in tempi non più presenti e con le nude mani della sopravvivenza, per essere trapiantato altrove in un luogo dove anche il sangue versato ingrigisca e si secchi. Anche qui ben rappresentato il dinamismo della staticità.

Paola Tinchitella


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