Con quale solerzia mi arredò… quell’architetto alacre, tendenzialmente minimalista, in breve tempo e con pochi mezzi.
In cambio, concessi che impiantasse il suo studio qui da me, sul mio fianco sinistro, in prossimità del cuore. Libera professionista la solitudine… architetto vorace dalle parcelle salate.
Radical chic quel silenzio cui appese una sola nota, un solo battito, un solo sorriso appena accennato, un solo desiderio taciuto, una sola mano, una sola lacrima sbadatamente tralasciata sul cuscino con nonchalance… ricordo casual di un gesto vissuto abbandonato sul letto. La sensazione del passaggio di un vissuto rende più sopportabile l’asettico.
Mentre perseguivo l’ignoranza delle mie profondità barocche, lei, ormai abilitata o forse ri-abilitata, relegò, nell’ala opposta del mio castello di carte, la magia dei miei sospiri inossidabili. Equilibrio precario conobbero persino i sogni a ridosso del mattino che si alzava maldestro ma sempre puntuale.
Chiuse a doppia mandata ogni porta aperta su bagni di memoria… orpelli inutili per asimmetrie inviolabili, a suo dire. (anche se non so se lo abbia mai apertamente pronunciato… la solitudine in rari casi fornisce spiegazioni).
L’improvvisazione compose in tempo reale ed inondò le scale, bussò alla porta e trovò nuovi accordi sfiorando la dipendenza di tonalità contingenti.
Scavalcando l’alba… l’ospite arrivò impugnando il coraggio della semplicità. Scombinati i piani di quell’arredatrice esosa, capace di risparmiare solo sui colori del mio percorso ultimo, tutto quel grigio in tutte le sue varianti… aveva dimenticate le variabili di un arcobaleno che si avvicendava inopportuno sulla soglia delle possibilità del colore.
Il viaggiatore entrò guardandomi dritto negli occhi, sventrando il sonno che tratteneva le palpebre. Sorrise e mi bisbigliò:
“Quando ti accorgerai di non poter amare più di così… imparerai ad odiare”.
Tandem divenne il letto vuoto mentre il silenzio pedalava sintetizzando in silenzio i pensieri. Armonie rococò presero a pugni le geometrie essenziali del logico concesso. Una quiete speziata inghiottiva le domande. Tutto l’indispensabile sapienza, scienza o conoscenza si rendeva inutile, ora era tempo dell’estatica estasi dei reciproci bisogni. Duetto delle nostre uniche note, simmetrie dei nostri solitari battiti, il sorriso trovò un compagno di ventura, due desideri si osservarono lungamente, due mani stesero i pugni, due lacrime si allontanarono dagli occhi. Lo stupore è colla che tiene insieme le frazioni di secondo e poi quando svanisce, ti chiedi “perchè?”
Restammo lì… un tempo indecifrabile, forse fu solo un secondo o forse furono ore… ma in fondo cos’è un’intera ora se non il ripetersi inutile di una moltitudine di secondi? Il senso può star comodamente racchiuso persino in un centesimo di secondo.
Restammo lì… con le mani legate dai ritagli dei nostri spazi circoscritti, piccolo trafiletto tra la cronaca dei nostri giorni consumati. Le menti equidistanti da un pensiero controllato.
Ci annusavamo come fanno i cani prima di accoppiarsi o di sbranarsi.
Tutte le segrete sprangate sui nostri deliri personali si spalancarono travasando sul corridoio di un’unica vena ripulita.
Dal soffitto incollato ai nostri sguardi penzolava la quiete di una non dimenticanza, ricordando improvvisamente che la sua desinenza non pretende la rima con il nulla.
“Sai cosa credo? … che il silenzio non blateri quasi mai negli intervalli ma divenga loquace ed argomenti “nel mentre” di un pensiero ricorrente, quando si fa denso… e fa bene… perchè rende giustizia, sì rende giustizia, alle nostre miserie e all’inutilità di parlare per puro esercizio di stile o per accampare le nostre visioni univoche, pretendendo un rispetto che, se si pretende, è già manchevole di se stesso. Riposa ora, anima mia, che quando la porta si chiuderà dietro di te… saremo stanchi di aver detto al silenzio di tacere per tutti i secoli passati… mentre la storia devastava le nostre storie, separandole coattivamente. Riposa ora, fatti consolare da quest’armonia.”
La porta si chiuse sui nostri passi sparsi sul selciato… e ciarlavano quei passi, spettegolavano di noi… mentre noi arrossivamo nella sublime coscienza del nostro incoerente deambulare.
Il suono dei miei erronei passi erranti mi schernì sulla strada del ritorno:
“Quando ti accorgerai di non poter amare più di così… potrai cominciare ad odiare”.
Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati