Archivio Mensile: gennaio 2011

Lettere impossibili… uno stralcio

Caro presente ancora da venire,

sto guardando il mondo nel disincanto, ascolto il mondo… rumore che annulla il canto, blatero in sordina contro un tempo sordo e il mio dissenso non so mostrarlo che nell’ambire l’eremo. Quante brutalità divenute normalità, nell’accettazione nasce il mio dolore.

Ma chi ha detto che lontano dagli occhi si sta lontani dal cuore?

E’ un punteruolo che si conficca nelle carni, non c’è speranza che io possa essere compreso in questa mia assenza inquieta, non so chi possa raccogliere i miei brividi e questo silenzioso modo di amare che manca di troppe parti per affermarsi nella sua pura completezza.

Non ho più un pensiero lineare ma un groviglio di pensieri annodati a troppe paure, ho paura di stare e di muovermi, temo il mio prossimo più di quanto io tema me stesso, temo la vittoria perché renderebbe più insopportabile la perdita, nella rinuncia si disseta la mia sete… appagamento momentaneo dal retrogusto di sale… e la paura di guardare chi alla stessa mia fonte potrebbe dissetarsi  e sentirne l’esattezza del gusto dolce che distorce a contatto con le mie papille. (…)

Paola Tinchitella tutti i diritti riservati


Marcisce l'alba

Rieducate le ore

di mesi tralasciati

in angoli ottusi

voraci bocche

di silenzi saziate.

Dita ammanettate

gendarme attento

l’olfatto e i suoi timori

trattiene il respiro

per non scovare la flagranza

di stranieri amplessi…

trattenere il sospiro

di contatti involontari

cosce sospese

su trampoli di desideri

instabili

già liquefatti

a coagular rappresi

in fondo alla mente.

Moribonda la voce

si contrae in bisbiglio

conficcato nell’udito

quel soliloquio irripetibile

… unico pubblico…

nascosto

pori profumati

seduti al cospetto

del marcire dell’alba.

Paola Tinchitella tutti i diritti riservati


taciturno

prestatemi un urlo che possa spaccare

i morti non hanno voce


Endechòmenon

Con quale solerzia mi arredò… quell’architetto alacre, tendenzialmente minimalista, in breve tempo e con pochi mezzi.

In cambio, concessi che impiantasse il suo studio qui da me, sul mio fianco sinistro, in prossimità del cuore.  Libera professionista la solitudine… architetto vorace dalle parcelle salate.

Radical chic quel silenzio cui appese una sola nota, un solo battito, un solo sorriso appena accennato, un solo desiderio taciuto, una sola mano, una sola lacrima sbadatamente tralasciata sul cuscino con nonchalance… ricordo casual di un gesto vissuto abbandonato sul letto.  La sensazione del passaggio di un vissuto rende più sopportabile l’asettico.

Mentre perseguivo l’ignoranza delle mie profondità barocche, lei, ormai abilitata o forse ri-abilitata, relegò, nell’ala opposta del mio castello di carte, la magia dei miei sospiri inossidabili. Equilibrio precario conobbero persino i sogni a ridosso del mattino che si alzava maldestro ma sempre puntuale.

Chiuse a doppia mandata ogni porta aperta su bagni di memoria… orpelli inutili per asimmetrie inviolabili, a suo dire. (anche se non so se lo abbia mai apertamente pronunciato… la solitudine in rari casi fornisce spiegazioni).

L’improvvisazione compose in tempo reale ed inondò le scale, bussò alla porta e  trovò nuovi accordi sfiorando la dipendenza di tonalità contingenti.

Scavalcando l’alba… l’ospite arrivò impugnando il coraggio della semplicità.  Scombinati i piani di quell’arredatrice esosa, capace di risparmiare solo sui colori del mio percorso ultimo, tutto quel grigio in tutte le sue varianti… aveva dimenticate le variabili di un arcobaleno che si avvicendava inopportuno sulla soglia delle possibilità del colore.

Il viaggiatore entrò guardandomi dritto negli occhi, sventrando il sonno che tratteneva le palpebre. Sorrise e mi bisbigliò:

“Quando ti accorgerai di non poter amare più di così… imparerai ad odiare”.

Tandem divenne il letto vuoto mentre il silenzio pedalava sintetizzando in silenzio i pensieri. Armonie rococò presero a pugni le geometrie essenziali del logico concesso. Una quiete speziata inghiottiva le domande. Tutto l’indispensabile sapienza, scienza o conoscenza si rendeva inutile, ora era tempo dell’estatica estasi dei reciproci bisogni.  Duetto delle nostre uniche note, simmetrie dei nostri solitari battiti, il sorriso trovò un compagno di ventura, due desideri si osservarono lungamente, due mani stesero i pugni, due lacrime si allontanarono dagli occhi. Lo stupore è colla che tiene insieme le frazioni di secondo e poi quando svanisce, ti chiedi “perchè?”

Restammo lì… un tempo indecifrabile, forse fu solo un secondo o forse furono ore… ma in fondo cos’è un’intera ora se non il ripetersi inutile di una moltitudine di secondi? Il senso può star comodamente racchiuso persino in un centesimo di secondo.

Restammo lì… con le mani legate dai ritagli dei nostri spazi circoscritti, piccolo trafiletto tra la cronaca dei nostri giorni consumati. Le menti equidistanti da un pensiero controllato.

Ci annusavamo come fanno i cani prima di accoppiarsi o di sbranarsi.

Tutte le segrete sprangate sui nostri deliri personali si spalancarono travasando sul corridoio di un’unica vena ripulita.

Dal soffitto incollato ai nostri sguardi penzolava la quiete di una non dimenticanza, ricordando improvvisamente che la sua desinenza non pretende la rima con il nulla.

“Sai cosa credo? … che il silenzio non blateri quasi mai negli intervalli ma divenga loquace ed argomenti “nel mentre” di un pensiero ricorrente, quando si fa denso… e fa bene… perchè rende giustizia, sì rende giustizia, alle nostre miserie e all’inutilità di parlare per puro esercizio di stile o per accampare le nostre visioni univoche, pretendendo un rispetto che, se si pretende, è già manchevole di se stesso. Riposa ora, anima mia, che quando la porta si chiuderà dietro di te… saremo stanchi di aver detto al silenzio di tacere per tutti i secoli passati… mentre la storia devastava le nostre storie, separandole coattivamente. Riposa ora, fatti consolare da quest’armonia.”

La porta si chiuse sui nostri passi sparsi sul selciato… e ciarlavano quei passi, spettegolavano di noi… mentre noi arrossivamo nella sublime coscienza del nostro incoerente deambulare.

Il suono dei miei erronei passi erranti mi schernì sulla strada del ritorno:

“Quando ti accorgerai di non poter amare più di così… potrai cominciare ad odiare”.

Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati


"Risiko alias Le s-tragicomiche." uno stralcio

Riflessione riflessa

” I più abili strateghi della storia erano uomini, una scienza coniugata all’arte di sapersi muovere su terreni minati.

Le donne in questo sono poco abili, tranne rari casi, la causa è da ricercare nel genere che per natura e cultura lo rende estremamente difficile; quando intraprendono questa intellighenzia si ritrovano, troppo spesso, danneggiate dalle stesse mosse operate contro il loro ”avversario”, sono materne e quindi incapaci di perseguire crudeltà con tenacia e convinzione, troppo ben disposte verso chi comunque nasce da una loro “collega di genere”.

Nella maternità destinata alla donna risiede il grande limite, dare la vita ad un altro, per un altro, esige amore incondizionato e puro istinto, e laddove la natura non ha esercitato già alla nascita questo plagio interviene la cultura che attribuisce questo pregio-danno ad ogni sesso femminile. Questo cozza con la messa a punto di strategie nei rapporti interpersonali e anche volendo esercitare questa latente possibilità dell’umano, interviene troppo spesso il deterrente dell’amore senza ritorno che genera comprensione e perdono verso l’altro.

Al contrario l’uomo nasce con un pene, pronto a procreare, in assenza della sua virilità e del suo seme la vita non prosegue, non deve provare amore incondizionato, puó creare ed abbandonare al mondo la sua creatura… la sua opera, l’importante è che gli venga riconosciuto il ruolo… ”

segue su Nova n. 40 – Rivista d’arte e scienza


Luci della ribalta

Un buio terso

perso

è  silenzio fondente

quel che senti

si scioglie l’amaro

dettaglio del vuoto
ansimante

Proferite tutte le parole

incise

tra rabbia e dolore

scarabocchiano
nere lavagne
memorie da cancellare.

Pensieri neofiti
fioriscono nell’ombra

tra flash di luce

sul nascere del volo
di soluzioni incarnate
in lucciole decise
a percorrere
complessi tragitti.

Luce sia
su rinvenuti giorni
performance dinamica
mai sconfitta

su palcoscenici
di vita nuova

tra coni di luce
il futuro ti aspetta

Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati

l’opera visiva è creazione di Liliana Russo



META’MORPH OSIS… Distratte astrazioni

Ali di vetro

soffiato

fendere l’aria pesante

rammentare

la caduca brevità delle cose.

Ali di vetro

fragile cristallo

sentirne il tintinnio del volo

rammentarmi

bruco spaventato

mentre fili di seta

attecchivano

ad un ramo di sole.

Ali di vetro

dipinte da Febo

dono alla prima stagione

custodire

la crisalide vibrante

che era in me

mentre mi nutrivo di speranze

in ogni sorriso di luna nuova.

Nessuna zavorra

a trattenermi qui

Nessuna brezza soave

per sfruttarne la corrente

Ho avuto fiori

come petali di mani

una carezza pura

spogliata

da meschina cattura

di un nuovo cacciatore

di farfalle.

Ho avuto corolle di baci

per suggere amore

libere

da programmata menzogna

per mostruose collezioni di farfalle

mostri di virili dimostrazioni.

Ali di vetro

spuntate

nell’attimo fuggente

amare fino in fondo

il carpe diem

in cui ci catturammo

per rapire il vero volo

e senza saperlo

amasti

il bruco e la crisalide

l’intera metamorfosi.

Fummo noi a plasmare

con mani generose

progresso

di sconosciute possibilità

genetica velleità nascosta

arcano territorio circoscritto

dal ghiacciaio di un dolore.

In ogni frammento

di metamorfosi

ama il bruco solitario

chiuso tra infantili bisogni di seta

… la crisalide

persa in astrazioni amorose

… la farfalla

vibrante di pindarici voli.

Non dimenticare…

le ali son pezzi d’anima

non conoscono fine

né tempo né spazio

nessuna scadenza sulla confezione

solo cautela per non farne

poltiglia d’anima…

sull’imballo di solitudine

che mi ha custodita finora

solo una scritta

“attenzione – maneggiare con cura”.

E mentre mi guardi

… rammenta la caducità delle cose

… non dimenticare il bruco spaventato che sei stato

… custodisci la crisalide vibrante che è in te

… impara ad ascoltare il suono di una carezza

… ama fino in fondo l’attimo che fugge

perché è senza ritorno

… sorprenditi  nell’intera metamorfosi

… progredisci e sconfiggi le tue cecità

… libera le tue ali contro il tempo, lo spazio e la loro fine

… e ricorda di maneggiare con cura…

ogni tuo mutamento.

Paola Tinchitella @ tutti i diritti riservati


Com-Ire

Comizi
su piani di cuore
piazze aperte
su brusii di pensieri
deliri accalcati
su strati di mente
e a destra
e a sinistra
folle di speranze ancestrali
disperse.

Promesse
di emozioni migliori
come incentivi ai salari
di una magra ratio
e…
al centro
un invadente presente
coagulato nel foro
dell’ultimo proiettile
che trapassando i giorni
ci ha perforato.

Comizi d’amore
in razioni di niente
urlati in sordina
soldati in trincee
d’ataviche accettazioni
incosciente adattamento
al peso di eredità
abitudinarie
di tramandate tradizioni…

Cultura obsoleta
paura di ag-ire
matita che disegna
invalicabile muraglia
icone in mattoni
gli sguardi uccisi
infilzati da bandiere
di un quieto vivere
e quel po’ di pace…
che olezza la fine.

Paola Tinchitella© tutti i diritti riservati

9 luglio 2009


Consecutio Temporum di P. Tinchitella e M. Seduta

CONSECUTIO TEMPORUM from Paola Tinchitella on Vimeo.

La consecutio temporum in latino regola il rapporto dei tempi verbali all’interno di più preposizioni, rispettando i rapporti intercorrenti tra reggente e subordinata e contempla le diverse possibilità tra una dipendente e la sua reggente; i tempi si modificano ed adeguano in relazione alla natura del tempo storico principale, indicandone la contemporaneità e/o la posteriorità.
Il gioco artistico, voluto dagli autori, sta nell’applicare alle diverse scene la consecutio temporum, considerandole come preposizioni da mettere in relazione dove la principale resta integra e le subordinate si legano ad essa indicandone contemporaneità e posteriorità al tempo stesso.
Manipolando ulteriormente il concetto della consecutio, imprimendo al titolo uno svuotamento del significato primario delle parole, plasmandole di altro senso, e raccogliendo sequenze ossessive di atti di un presente comune si oltrepassa la stessa regola, approdando su altro terreno che contempla “le conseguenze del tempo”. Si materializza un insieme di attività e processi formati da un numero indeterminato di meccanismi associati, in modo sequenziale, la normalità di gesti vissuti nel presente quotidiano diventa anomalia insopportabile se protratta nel tempo e assunta in maniera meccanica.
La ripetizione ossessiva di un’immagine, anche la più importante e significativa, provoca uno svuotamento di valore della stessa. Se poi la ripetitività di immagini contiene in sè la ripetizione ossessiva di gesti, assimilati nel quotidiano vivere, si può arrivare a dimostrare lo svuotamento di valore di ogni gesto compiuto. L’automatismo di atti compiuti, senza nemmeno più la coscienza di eseguirli, azzera gli stessi di potenza vitale appesantendoli altresì di non-vita.

Il concept trova nell’applicazione al video del collage e del decollage, tipici della tecnica pittorica, un’ulteriore potenza.
Il processo, per cui in alcune sequenze si aggiungono elementi, in altre al contrario vengono sottratte parti, amplifica lo studio concettuale circa una realtà alienante, che ci appartiene, che ci rende robotici, ci devasta svuotando di senso ogni azione, eliminando finanche il processo azione-reazione, riducendo tutto ad un processo elementare che si priva della stessa finalità immediata che normalmente contraddistingue un meccanismo.
Il video conduce in sé un’azione sistematica, ripetitiva, lacerante… inavvertita dal soggetto protagonista, che subdolamente scaverà fino alla fine.

La realizzazione del video è avvenuta in 14 ore consecutive per ottenere una stanchezza oggettivamente reale da parte della performer al fine di evidenziare un malessere psicofisico generato dall’intento trascodificato in atti performativi. Nell’intento di rappresentare il mancato processo di una verità inglobata ma mai metabolizzata viene palesato in alcuni punti l’utilizzo di effetti sonori marcatori che segnano il riacutizzarsi di un percorso preimpostato dalle abitudini.


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