Archivio Mensile: luglio 2010

Sotto tono

Espropriarsi del bene

interruzioni di gesti naturali

stonature a stracciare

l’esaltazione di sintesi raggiunte

inglobate reciproche eccitazioni

Rabbrividiscono strumenti

alleati in orchestre emozionali…

Triste animale

il musicista che si trattiene

dal tornare indietro

per riparare all’omicidio

dell’armonia…

per timore incompreso

omette il soccorso…

Non potrà essere mai

arpa muta

viola scordata

pianoforte fermo sul piano

sax senza più fiato…

il mio sorriso per te.

Non potrà mai essere

rinnegarsi negando l’evidenza

non potrà mai

armare il silenzio

suicidando la musica afferrata

Paola Tinchitella tutti i diritti riservati


Le invasioni barbariche

Arrivarono…
le invasioni barbariche
a profanare
territori di memoria.

Ero distratta
autostoppista senza bagaglio
caricata a bordo
da un istante cingolato
dall’assurdità del presente
dopo aver sostato
in un breve viaggio eterno.

Dovremmo prevedere
le imboscate di reale
dovremmo ricordare
il sale delle lacrime
quel perpetuo ed indigeribile sapore
dovremmo dimenticare
quanto sangue è sgorgato
da quelle cicatrici invisibili.

Dovremmo prevedere
l’olocausto di verità
solo immaginate
dovremmo ricordare
il prezzo dell’amare
senza calmiere
dovremmo dimenticare
la fucilazione dell’ombra
di un letto
di un corpo
e tutte le ombre del giorno
carnefici di notti.

Mi consegnai
bottino senza padrone
barbara-mente saccheggiò
il maturare di intensità
rubate ancora acerbe dall’albero.
Svenì il futuro
struzzo che nasconde gli occhi alla vista
ricerca di consolazione indolore
per leggerezze giustiziate.

Ora volevo/potevo
anche morire.

Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati


Fuggiasca

Ignorami lassù
nell’eclisse del nulla
dove il buio cuce a sè la notte
e ricama l’infinito
sul morire di uno sfondo

in un cantuccio
dove lassi di tempo
non trovano ragion d’essere

Spintonami laggiù

rifuggito
alla voragine di folle curiose
quel precipizio
scandaglia il  tramonto
posticipo
alla fine di un giorno

Raccattami
dietro un manifesto di cielo
sorvolato da uno sguardo

evitami scorribande turistiche

Isolami laddove
i loro occhi si dimenticheranno
dei miei anni investiti
in predizioni di me
nelle perdizioni del mondo

in quell’angolo
dove il giorno ignorante fugge
ignorando il riflesso
e la magia delle notti

Laggiù in fondo
su un bordo di meraviglia
dove non sarà loro concesso
di umettare gli occhi
con le mie personali lacrime

relegami nel silenzio
in cui mi sbatte lo zenit
divorando l’ombra al fianco

Lassù
dove il tempo tace
spodestati gli argomenti
di orologiai mai puntuali
usurai depredati
di datari e calendari

fuggirò in amore
per restarci dentro

fuggirò e mai per orgoglio

fuggirò
per non rammendar più ombre

allestiti divieti agli aghi
di trafiggere le dita dei sogni.

Trovami laggiù
violata dalle parole
e dalla passione cremata
sfuggita ad un rifiuto
e alle discariche
stracolme di rifiuti
fuggiasca in tempo utile
da un tempo inutile.

Fuggirò fermandomi

fuggirò restando

nel clamore di un fremito.

La mia terra è altrove

la mia casa respira
su una cima issata
dall’emozione
sensazione che scorazza
su liane tese tra le costellazioni
in quel punto sperduto
dove un’altra vita
mi renderà i resti

senza ricatti né baratti.

Paola Tinchitella © tutti i diritti riservati


La seconda vita… stralcio

(…)La domenica stava già bussando alle persiane condannando a morte quel sabato confuso, trascorso in preda ad una congelata ansia.
La calma apparente che aveva inondato la sua stanza, faceva a pugni con quel brivido ricorrente che aveva cominciato a scorrere nelle sue vene, dopo l’incontro notturno con la bella sconosciuta.
Non usciva mai la domenica mattina, ma sentendo stringere qualcosa di simile ad un nodo scorsoio intorno alla gola, affamato d’aria, si vestì in fretta e scese nel box per uscire con l’auto: la sua Chery rossa nuova di zecca. Aveva dato anche un nome a quel gioiello della meccanica. L’aveva amata fin dal primo istante e per averla avrebbe fatto qualsiasi cosa, compreso svuotare il suo già prosciugato conto di famiglia.
“Adesso noi due ce ne andiamo sul lungomare… “ ma entrato nel box lo trovò vuoto e la Ferrari si era volatilizzata. Salì di nuovo in casa per assicurarsi che sua moglie Clelia fosse uscita già, per quanto il pensiero che fosse alla guida della sua fuoriserie fiammante gli procurasse una rabbia acuta, quasi sperò che fosse accaduto. Avrebbe spiegato l’assenza ingiustificata dell’auto nel box. Clelia si girò nel letto infastidita sentendo Giulio borbottare. Ormai la sorpresa era divenuta liquido infiammabile pronto ad esplodere e lo catapultò alla stazione dei carabinieri, per sporgere una dannata, rabbiosa, penosa denuncia di furto. C’era un’inspiegabile fila quel giorno e dai mozziconi di frasi che si ammonticchiavano nella sala d’attesa, era piuttosto lampante che gli astanti fossero accomunati dalla stessa sorte. Una folla di automobilisti cui era stato sottratto il mezzo di trasporto, ma il loro atteggiamento non era sorpreso o rabbioso ma flemmatico, disinteressato, indifferente… freddo. Sembrava, anzi, fossero capitati lì per caso e che quella riunione improvvisata fosse parte di una normalità accettata e già consumata. Sbigottito davanti a quella scena che sembrava essere stata sottratta ad un palcoscenico dove andava in scena una piece del teatro dell’assurdo, sentì che doveva trovare un’altra soluzione per dar giustizia alla sua rabbia che delirava attimo dopo attimo. Piombò al commissariato di Polizia, ma il blitz fu un flop e la performance che vi trovò era identica a quella che aveva appena abbandonato. Si passò le palme delle mani sulla fronte e sui capelli e poi di nuovo sulla fronte fino a stropicciare gli occhi o forse la mente, per scacciare via quell’incubo che sembrava non promettere risveglio. Si gettò in strada e camminò frettolosamente verso il lungomare, una figura femminile si avvicinò avvolta nel cappotto, i loro passi si incrociarono ed appena sfiorandosi alzarono gli occhi un solo istante lungo… lunghissimo…tagliente e freddo come il gelo. Tentò di afferrarle un braccio, in preda all’attrazione cui è soggetto il ferro in presenza di una calamita, ma la manica del cappotto sembrava cristallizzata e sgusciò via come un pezzo di ghiaccio.(…)

segue su “Quattro Mani” edizioni Rinascita per Emergency


Harmony’s Sound

Viandanti raminghe, da vita a vita, le notti con i giorni alle costole pronte a fuggire.
Viaggi intentati su percorsi recisi dalla stanchezza… come potevamo incontrarci?
Brucavamo in territori di sgomento, soggiogati da fardelli di fame e sete, così lontana e smarrita la conoscenza, così vicini disgusto e congestione da bevande insapori troppo ghiacciate… come potevamo riconoscere il gusto della meraviglia?
Metastasi di giorni senza meta, lasciati a metà tutti i gesti incompiuti. L’urlo che infilzava le sfide per circuire pasti incommestibili con furore di stemmi personali d’ossessioni malspese… come potevamo saziarci del meglio che arrancava?
Flemmatiche flebo di presunzioni, supposte di amori presupposti, nel disamore dell’essere acciuffavamo per la coda l’attimo in fuga di cui vergognarci. Scricchiolar di vuoto tra le dita in premonizioni di assenze come monili di bigiotteria scadente, munizioni di incomprensibili attaccamenti alla noia e al niente esponevano la pelle ai raggi di soli falsificati…come potevamo cibarci dell’esperienza del buio?

Un solo respiro, indistruttibile alle vite passate, presenti, future… un solo alito inaccessibile alle vite degli altri, sospiro d’universo ritrovato in dimore di sincronicità con porte e finestre spalancate e le fauci in attesa di spremute dai seni della via lattea. Si condensano i brividi su capezzoli carezzati dalle stelle. Ha un sapore insolito lo stupore… è collisione.
Eyeliner magico di misteri incomprensibili a truccare il silenzio, già travasa lo sguardo dalle ciglia.
Dischiudere falangi su presenti circoscritti, tra pelle e mente, a sconfiggere falangi agguerrite di crude memorie, armate di coltellate alle spalle, sul viso, sull’io. Ritrovare polpastrelli d’armonia a massaggiare le tempeste infiltrate, da ieri a oggi, mentre amore incondizionato dischiude corolle di “belle di notte”, fiori insonni che s’aprono ai sogni della luna.
Ha un rumore inafferrabile il buio… è fusione.

Paola Tinchitella @ tutti i diritti riservati


Intermezzo Criptato

Intermezzo
Tra materia e spirito puro
Tra nascita e morte
Cerco un punto remoto
Dentro me
Microcosmo mediatore
Specchio dell’universo

Intermezzo
Tra dare e avere
Tra conti e soluzioni
Cerco la formula magica
Dentro me
Fonte d’ispirazione
Genitrice d’amore

Intermezzo
Tra donna e pantera
Tra anima e corpo
Cerco la corrente
Dentro me
Condottiera del periplo
Verso l’origine ancestrale

Intermezzo
Tra acqua e fuoco
Tra pianta e terra
Cerco l’origine del dolore
Dentro me
Guarigioni pregne di fertile liquido
Amnios per embrionali versi

Intermezzo
Tra sogno e incubo
Tra reale e surreale
Cerco il tratto magico
Dentro me
Energia circolante nel seminato
Segno d’unione tra le forze del creato.

Intermezzo
Tra inchiostro e spazio
Tra nero e bianco
Cerco il carattere luminescente
Dentro me
Lume nella veglia
Resurrezione che risveglia

Intermezzo
Tra aquila e fenice
Tra piume purpuree e d’oro
Cerco un sole nuovo a brillare
Dentro me
Detonatore per morte apparente
Cinereo revival di arsure arse
Intermezzo
Tra gatto e scorpione
Tra cuspidi e architetture
Cerco il punto magico
Dentro me
Coda velenosa per uccidere il passato

Gatto che insegue la sua coda
senza riuscire ad afferrarla.
Intermezzo
Tra prosa e poesia
Tra pensiero e parola
Cerco nel frastuono lirico
Dentro me
Accordo strumentale
Arrangiamenti armonici di melodie

Intermezzo
Tra figlia e madre
Tra terra e cielo
Cerco l’invisibile arcobaleno
Dentro me
Arcana carta da girare
Mistero intimo criptato
Ancora tutto da decifrare.

Paola Tinchitella

Intermezzo Criptato (decodificando il femminile in versi)su IBS


“L’alfa e l’omega” l’incipit

In principio era il nulla. Poi arrivò lui… il mio ergastolo d’amore; lavori forzati per questo cuore mentre implorava il corpo di tacere il sottile piacere di una passione che fustiga la mente.
Carnefice d’amore il suo sublimarsi dentro me, quel soffiarmi nelle orecchie le sue voglie per rendere l’anima a dannate notti insonni: attese di baci come fossero caramelle, attese di viaggi sulla pelle come fossero caravelle, attese per sfamare il nulla con nullo cuore.
Non arrivò mai il settimo giorno… io e lui insensati, indisciplinati, irrequieti, lontani e vicini alle dinamiche della creazione, inventavamo le nostre difese per non farci male, mentre ci ferivamo a morte.
Il settimo giorno la luce illuminò la costanza del nulla, fu morte prima della nascita. Il nostro duello d’amore scalfì solo la superficie, nessun proiettile affondò nel suo cuore, il mio fu colpito a morte. In ogni guerra c’è chi vince e chi perde, io morii in lui mentre faceva prigionieri tutti i miei ricordi.
Bare di bar da bere in notti desolate, cercando uno sguardo all’altezza della vita inseguita.
E poi…

Amore mi guardò.
Solo le ciglia a proteggermi dalla sua sensuale potenza, paletti di una staccionata costruita in mesi di fatica.
Amore mi parlò.
In uno sguardo cangiante mi sussurrò: sono l’Alfa e l’Omega. Guizzo stringato quell’apparente delirio d’onnipotenza… enunciato di tutti i miei movimenti circolari, emozioni tragicamente in tondo. Teoria mancata in giuramenti d’eternità e se il principio coincide sempre con la fine ed è dalla fine che si muove un altro inizio… il risultato é nullo. Trabocchetto quel punto zero(…)

segue su Nova n. 38


“Apnea” uno stralcio dal romanzo

Nemmeno un’ora, nemmeno un minuto, nemmeno un secondo di questa notte sono stati di sonno. Ogni ora, ogni minuto, ogni secondo sono stati pieni di lui.
Ogni lacrima gli appartiene, anche questi brividi di nostalgia sulla pelle sono suoi.
Si può provare una grande nostalgia per le cose rimaste incompiute, una nostalgia più cannibale delle nostalgie per il passato completamente consumato. Una nostalgia feroce per ciò che non ti è stato dato modo di conoscere, di provare, di sentire in profondità.
La nostalgia è come un cane che scava a fondo per seppellire il suo osso, sapendo che prima o poi tornerà a scavare in quel luogo, mai dimenticato, per ritrovarlo e sfamarsi.
Ecco, ora tra le dita restano le folate di vento del suo repentino passaggio nella mia vita, tra i capelli restano impresse le sue dita, tra i seni si sono ormai asciugate le gocce del suo sudore, sulla pelle resta il tatuaggio del suo contatto.
In qualunque punto di me io cerchi di nascondermi per sfuggire alla sua assenza, lui è lì in agguato… e gioca a nascondino con i miei sensi, con il mio cuore. Dentro e fuori… dentro e fuori… sempre lui!
Lo stomaco non riesce proprio a digerire questo nuovo dolore; lo trattengo con una mano sperando che la nausea non porti con sé nuovi conati di disperazione.
Dentro lo stomaco sembra che uno stantuffo stia spingendo su e giù il dolore, lo comprime e poi lo rilascia e in questo moto costante piccole molecole di angoscia si staccano da esso e cominciano a vagare libere.

Ora sono nei polmoni, occludono i bronchi e mi impediscono di respirare.
Si spostano nelle vene e infettano il sangue, arrivano al cervello e lo lobotomizzano… fino al punto di non saper più chi sono, che ci faccio qui…Vomito!

Apnea su IBS

Pubblicazioni


“La storia Viola di Hansel e Gretel” l’incipit

C’erano una volta due fratellini di nome Hansel e Gretel, che abitavano in una casina vicino al bosco. La madre e il padre erano molto poveri.
Una mattina il padre disse ai piccini:
- Andiamo a tagliare la legna nel bosco! -.
I figli lo seguirono contenti. L’uomo si era lasciato convincere dalla moglie ad abbandonare i bambini, perché non aveva di che sfamarli.
Giunti nel bosco:
- Aspettatemi qui – disse.
Poi si allontanò tristemente”.

Viola chiude il racconto evitando la parola fine e posa sul tavolino di formica grigia il libro che le aveva passato la terapista, quella stessa mattina.
Accende una sigaretta, i gomiti magri inchiodati al davanzale e la testa, gravida di pensieri, appesa ciondoloni nell’aria calda di un pomeriggio di luglio. Apparentemente distratta, annoda riflessioni e ragionamenti sbuffando, di tanto in tanto, anelli concentrici di fumo misti ad una noiosa solitudine.
“Quei pazzi dei Fratelli Grimm” sussurra.
Il giogo che sente su di sé è davvero pesante e si domanda se è questa la sensazione d’impotenza che prova un animale assoggettato all’uomo. Un giogo stancante l’accettata schiavitù di tutto il suo essere ad un’alienata mente alienante e tutte le domande che si librano mute nell’aria sembrano rimanere impigliate ad un punto interrogativo, quasi un gancio che buca il silenzio.
Le possibili risposte si rivelano impossibili e non arrivano mai e poi mai… nemmeno con lo scorrere ostinato del tempo, che passeggia cavalcando le lancette smunte di un secolare orologio a muro.
Pensa ad Hansel, a Gretel… al loro padre. La rabbiosa delusione di questo frangente diventa consistente e si consuma nel gesto veloce della sigaretta spenta contro il davanzale.
Si getta sotto la doccia. Lo scroscio d’acqua sulla pelle a liberare i pori dalle tossiche emozioni di una vita.
Torna alla finestra, con il corpo umido ed i capelli zuppi e cacciando indietro una ciocca di capelli, profumati di shampoo fruttato, cerca di allontanare pensieri. Ma i pensieri restano lì, disperatamente avviluppate nelle spirali di sfumate morbide ciocche.
“Ma che padre deve essere stato il mio? Come ha fatto a consegnarmi nelle mani di umane anime sconosciute alla memoria?”.
Chissà che aspetto aveva l’uomo che la lasciò in una gabbia di pareti bianche, asettiche e davvero troppo pulite per esser vissute.

(…) segue su Prospektiva Rivista Letteraria n. 46


“STATIon TO STATIoff” l’incipit

STATIon TO STATIoff


Le natiche consegnate al gelo marmoreo di una delle tante panchine abbandonate ai lati dei binari.

L’attesa gioca a rimpiattino con il fumo del suo respiro e i pensieri pattinano sull’aria lastricata da un inverno infaticabile.

Nel suo sostare indeciso, lo sguardo ha intrappolato almeno una ventina di treni in arrivo, altrettanti in partenza, sorvolando il vuoto delle ultime ore di coincidenze attese.

La voce del ragazzo è preceduta di una frazione di secondo dal calore corporeo che si abbandona a fianco del suo silenzio, sulla stesso stampo di marmo.

“Disturbo?”.

Quasi stizzita, la donna raccoglie a sé le gambe intorpidite come fossero ghiaccioli da accatastare e, passandoli in rassegna, non fa altro che sistemarli meglio restituendo loro l’idea di una dimensione aggraziata, più composta e umana.

Yama, dimentica subito i pochi millimetri che la separano da quella visita inaspettata e inopportuna e per una buona mezzora si lascia andare al flusso di andata e ritorno di tutti quei piedi diversi, imprenditori sciatti del loro via vai indistinto, su una banchina davvero troppo prolifera se si considera l’ora tarda.

Il cickciack tra le piccole pozze, riprodotto random nella sua mente, è prossimo al suono di uno xilofono che improvvisa una nenia per cullare il suo sguardo “occhi a terra”.

“Hai da accendere?”.

Resta impassibile, quasi pietra. L’unica parte mobile del suo corpo è quello sguardo che, adagiato allo zero sul livello del mare, si libra repentino al di sopra della testa del ragazzo, quasi senza meta, per poi schiantarsi dritto nei suoi occhi. Lo fissa senza vederlo.

“Ehy, mi fai accendere?”.

La sfinge non si muove, resta con gli occhi ancorati a due pupille sconosciute… muta.

“Sei italiana?Can you speak english?¿Hablas castellano?”.

Certo che lo comprendo idiota, ma tu comprendi che se una sceglie di starsene da sola, su una delle centinaia di panchine che sono qui dentro, un motivo ci sarà… o forse solo una scelta… e che probabilmente ha un senso questa scelta e vorrebbe portarla a buon fine?

Con un gesto goffo e disarticolato gli passa l’accendino, strappandogli dalle dita la sigaretta e portandola tra le labbra livide.

“Ah ecco… ti offro una sigaretta”  un sorriso gli sfugge tra pizzetto e baffi.

Alla prima tirata in duetto il loro fiato diventa grigio denso, deciso a bucare il gelo e forse rompere il ghiaccio.

“Da dove vieni?”solletica lui “… o dove stai andando?”.

“Altrove”.

“Altrove… va bene! Ma dove?”

Yama passa al suo persecutore verbale il biglietto di viaggio, non ancora obliterato, dove troneggia la tratta ferroviaria.

“Destinazione OVUNQUE? Ma che scherzo è? Di’ da dove provieni dalla saga dei folli?”

“Falla finita…” replica la ragazza sbuffando un conato di fumo più evidente.

“Vuoi dire che con quel biglietto puoi andare ovunque? Cazzo… ma quanto t’è costato?

“Certe cose non hanno prezzo né una giustificazione… ne convieni però che OVUNQUE è molto diverso da ALTROVE. Paradossalmente “Ovunque” potrebbe comprendere, nel suo significato, anche QUI. Potrei essere già a destinazione e, nell’indecisione, attendo di individuare le destinazioni possibili”

(…) segue su Prospketiva Rivista Letteraria n. 50


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