STATIon TO STATIoff
Le natiche consegnate al gelo marmoreo di una delle tante panchine abbandonate ai lati dei binari.
L’attesa gioca a rimpiattino con il fumo del suo respiro e i pensieri pattinano sull’aria lastricata da un inverno infaticabile.
Nel suo sostare indeciso, lo sguardo ha intrappolato almeno una ventina di treni in arrivo, altrettanti in partenza, sorvolando il vuoto delle ultime ore di coincidenze attese.
La voce del ragazzo è preceduta di una frazione di secondo dal calore corporeo che si abbandona a fianco del suo silenzio, sulla stesso stampo di marmo.
“Disturbo?”.
Quasi stizzita, la donna raccoglie a sé le gambe intorpidite come fossero ghiaccioli da accatastare e, passandoli in rassegna, non fa altro che sistemarli meglio restituendo loro l’idea di una dimensione aggraziata, più composta e umana.
Yama, dimentica subito i pochi millimetri che la separano da quella visita inaspettata e inopportuna e per una buona mezzora si lascia andare al flusso di andata e ritorno di tutti quei piedi diversi, imprenditori sciatti del loro via vai indistinto, su una banchina davvero troppo prolifera se si considera l’ora tarda.
Il cickciack tra le piccole pozze, riprodotto random nella sua mente, è prossimo al suono di uno xilofono che improvvisa una nenia per cullare il suo sguardo “occhi a terra”.
“Hai da accendere?”.
Resta impassibile, quasi pietra. L’unica parte mobile del suo corpo è quello sguardo che, adagiato allo zero sul livello del mare, si libra repentino al di sopra della testa del ragazzo, quasi senza meta, per poi schiantarsi dritto nei suoi occhi. Lo fissa senza vederlo.
“Ehy, mi fai accendere?”.
La sfinge non si muove, resta con gli occhi ancorati a due pupille sconosciute… muta.
“Sei italiana?Can you speak english?¿Hablas castellano?”.
Certo che lo comprendo idiota, ma tu comprendi che se una sceglie di starsene da sola, su una delle centinaia di panchine che sono qui dentro, un motivo ci sarà… o forse solo una scelta… e che probabilmente ha un senso questa scelta e vorrebbe portarla a buon fine?
Con un gesto goffo e disarticolato gli passa l’accendino, strappandogli dalle dita la sigaretta e portandola tra le labbra livide.
“Ah ecco… ti offro una sigaretta” un sorriso gli sfugge tra pizzetto e baffi.
Alla prima tirata in duetto il loro fiato diventa grigio denso, deciso a bucare il gelo e forse rompere il ghiaccio.
“Da dove vieni?”solletica lui “… o dove stai andando?”.
“Altrove”.
“Altrove… va bene! Ma dove?”
Yama passa al suo persecutore verbale il biglietto di viaggio, non ancora obliterato, dove troneggia la tratta ferroviaria.
“Destinazione OVUNQUE? Ma che scherzo è? Di’ da dove provieni dalla saga dei folli?”
“Falla finita…” replica la ragazza sbuffando un conato di fumo più evidente.
“Vuoi dire che con quel biglietto puoi andare ovunque? Cazzo… ma quanto t’è costato?
“Certe cose non hanno prezzo né una giustificazione… ne convieni però che OVUNQUE è molto diverso da ALTROVE. Paradossalmente “Ovunque” potrebbe comprendere, nel suo significato, anche QUI. Potrei essere già a destinazione e, nell’indecisione, attendo di individuare le destinazioni possibili”
(…) segue su Prospketiva Rivista Letteraria n. 50